di Marzia Albanese

Nella nuova drammatica storia di Michel Gondry l’idealista e ingenuo Jeff Piccirillo, conosciuto in ogni famiglia americana come Mr. Pickles grazie al suo programma per bambini diventato ormai un impero milionario, vede infrangersi improvvisamente il proprio mondo familiare in seguito alla morte di uno dei suoi figli gemelli in un tragico incidente automobilistico.

Questo lutto inatteso comporterà la separazione dalla moglie Jill, ormai alle prese con “un buco nero in pancia che tenta di riempire con del vino rosso” e dal figlio Will, il gemello sopravvissuto all’incidente che nonostante la giovanissima età “fuma erba come un jazzista consumato” e si affeziona al nuovo compagno della madre che “quando parla con me è come se vedesse davvero me invece di mio fratello mentre tutti gli altri…mia madre, mio padre, i professori quando mi guardano vedono tutti e due e non è bello sentirsi un morto che cammina”.

È questa la trama di Kidding, serie tv del regista francese di “Eternal sunshine of the spotless mind” che mette in scena il decorso post-traumatico di una star della televisione per l’infanzia magistralmente interpretata da un fantastico Jim Carrey.

La chiave per guardare Kidding non è però negli occhi di tutti. Il formato non equivale al contenuto: proprio come il protagonista, nulla è come appare in questo disperato tentativo di soffocare a tutti i costi il dolore della perdita in virtù del mantra paterno “noi siamo uomini forti, non esibiamo i nostri conflitti interiori”.

Per questo motivo, mentre l’ironico e affidabile Jeff non può mostrare alcuna sofferenza ed è obbligato a vivere una vita equilibrata e prevedibile, Mr. Pickles prova a farlo attraverso i pupazzi del suo show ai quali dà voce con metaforiche melodie:

“Hai mai dovuto fare un trasloco? Può essere un momento difficile, vero? È dura quando le cose cambiano e devi lasciare la tua cameretta, i tuoi vecchi amici, andare in una scuola nuova o in una nuova città. A volte quando traslochi puoi fare una scatola di doni, raccogliere tutti i giochi che ormai non usi più in una scatola e regalarli a bambini che invece li useranno.

Ma…che cosa succede se arrivi nella tua nuova casa e ti accorgi che il tuo peluche preferito è sparito perché qualcuno lo ha messo nella tua scatola di doni per sbaglio? Come ti sentiresti?  Saresti triste, perché non hai potuto dirgli addio o saresti sereno perché è in una nuova casa, una casa molto lontana a ridere, a giocare e a rendere felici altri bambini?”

Eppure, nessuna fiaba e nessun burattino sembrano bastare a risollevare Jeff da questa crisi che avanza a tal punto da risultargli ingestibile, tanto da arrivare a perdere la propria stabilità in modo esilarante quanto commovente, davanti a un padre critico e sprezzante rispetto ogni forma di dolore che lo richiama ogni volta all’ordine e alla prevedibilità: “il programma non può cambiare e tu neanche!” “la cravatta, la camicia, il taglio di capelli…tutto ti dà un’immagine pulita, ti rende un marchio affidabile. Tu per loro non sei reale, sei un uomo in una scatola e va bene così, altrimenti saresti il padre divorziato di una famiglia quasi distrutta e nessuno vuole uno così nel salotto di casa. Tu lo vorresti?”

Peggiora così il conflitto di Jeff che, sempre più lontano dal suo alter ego destinato a rimanere immutabile e “pulito” da ogni forma di emozione, inizia a perdere gradualmente il controllo di Mr. Pickles e di sé stesso. Frequenti diventano gli scoppi d’ira e i comportamenti autodistruttivi. Iniziano a riaffiorare vecchi ricordi, attraverso flashback e memorie intrusive, di una vita passata in cui il figlio perduto era ogni giorno alla portata di un abbraccio. Un abbraccio mai dato perché sostituito da incomprensioni e rimproveri poiché, come gli diceva sempre Jill, “tu non vedi chi è davvero tuo figlio, vedi solo chi vuoi che lui sia!”.

E sarà proprio il contatto con questi ricordi e il loro enorme peso a permettere a Jeff di comprendere “come deve essere terribile provare cose che non si sanno raccontare” e riuscirci, dando finalmente un nome al proprio malessere: la colpa. Un vissuto emotivo che verrà espresso in diretta tv, nonostante il divieto del padre, ai suoi piccoli telespettatori in un monologo che non è che in realtà una confessione davanti allo specchio:

“I vostri genitori non vi meritano. Voi siete il prodotto del loro narcisismo, quando vi guardano si aspettano da voi più di quanto possiate dargli, o peggio, non si aspettano nulla. […] I vostri genitori vi deludono, i miei lo hanno fatto e anche i vostri, ogni giorno, io lo so questo perché vi lasciano con me. Non mi credete? Quando guardate il mio show chiamate vostra madre o vostro padre…vi rispondono? No, ma certo che no. Io vi voglio bene, ma non sono vostro padre ed è meglio così. Io ho ucciso mio figlio. Non lo ascoltavo, perciò lui non ascoltava me. Non lo ascoltavo perché se lo avessi ascoltato avrei dovuto ammettere i miei difetti, la mia rabbia e per me affrontare i suoi difetti significava ammettere i miei. Ma se lo avessi ascoltato forse lui avrebbe ascoltato me, forse avrebbe fatto i suoi compiti…messo quel giorno la cintura di sicurezza.”

Ma mentre osserviamo quest’uomo combattere la propria battaglia verso l’elaborazione di un lutto sempre più inaccettabile, Deirdre, la sorella di Jeff, si trova a dover affrontare il lutto di un fratello che non è più lo stesso, un fratello che “non tornerà! non è già più tra noi. È morto dentro un’auto su cui non era neppure salito”.

E sebbene spesso si pensi che il tempo sia l’unica medicina per superare un lutto, come Kidding ci mostra attraverso il susseguirsi delle sue emozionanti puntate, il tempo non è che un semplice contenitore di questo difficile processo. Se nel corso di questo tempo si tende costantemente a evitare e negare la perdita, si diviene infatti sempre più incapaci di confrontarsi con la propria sofferenza andando inevitabilmente incontro a un lutto complicato.

Così, le difficoltà di Jeff iniziano ben presto a sussurrare a noi telespettatori un mantra opposto a quello paterno: “ognuno di noi ha una melodia nel cuore e se la sai ascoltare trova sempre il modo di uscire”.

Questa saga familiare agrodolce che ci mostra la bellezza e la difficoltà di dare un nome al proprio dolore, ci offre la possibilità di cambiare posto e passare dalla poltrona dello spettatore a dietro le quinte di noi stessi, per entrare in contatto con quella parte “che nessuno riesce a vedere ma tu sai che esiste. Quella parte che nessuno ti può rubare, perché su quella parte comandi solo tu.”

L’unica parte in cui il dolore è ammissibile perché inattaccabile da moniti paterni, da “eccessive” premure familiari e colpe passate. L’unica parte in cui la voce di Mr. Pickles riesce a dire all’orecchio di Jeff: “io amo le parti di te che tu detesti, dovresti farlo anche tu.”