di Giulia Pelosi

Nelle sale cinematografiche è uscito nel 2019 un film di Valerio Mieli intitolato “Ricordi?”. Tratta di una storia d’amore vista dal suo inizio alla sua fine, raccontata da un punto di vista originale, ovvero attraverso il punto di vista soggettivo e i ricordi dei due protagonisti: Lei, una ragazza sempre gioiosa, positiva, entusiasta e Lui, dell’opposta personalità pessimista, tormentata e con una visione della vita in bianco e nero. Più che una storia, dunque, è il vissuto personale della storia, la percezione e narrazione che ciascuno dei protagonisti ne fa a partire dal suo sistema di funzionamento psicologico. In questo senso è un film molto cognitivista: non un racconto di eventi, ma di interpretazione personale degli eventi.

Dal punto di vista di uno psicologo il film è interessante in quanto il regista rende in modo visivo alcuni dei meccanismi psicologici attraverso cui gli stati emotivi influenzano la memoria e più in generale la cognizione.

La storia della coppia, infatti, vista nelle rispettive soggettive, mette in luce importanti fenomeni da cogliere per chi è psicoterapeuta come il “mood congruity effect”, ossia quel fenomeno per cui le emozioni influenzano la memoria e l’attenzione. Durante tutto il film lo spettatore viene trasportato in un vortice di sentimenti che i personaggi sperimentano in base alle narrazioni congruenti con il loro stato emotivo interno di quel momento. Notiamo fin dalle prime scene che le informazioni, i ricordi, completamente diversi nei contenuti, che rievocano i due protagonisti sono in sintonia con le loro personali emozioni, per cui Lei e Lui filtrano in modo selettivo gli accessi ai loro ricordi congrui all’umore del momento. Quando sperimentano tristezza ad esempio nella loro mente accorrono facilmente eventi, immagini e ricordi infantili adeguati a quel sentimento, quando provano ansia osserveremo l’influenza che tale emozione eserciterà sui loro processi attentivi. Lui nello specifico tende ad esaminare in modo prudenziale e sistematico le informazioni provenienti dall’ambiente esterno, con lo scopo di individuare e prevenire la minaccia che lo spaventa con un atteggiamento altamente pessimista dominato da un senso di perdita e disfacimento, infatti spesso afferma: “le cose si fanno il nido dentro, tutto diventa qualunque e nulla sarà mai più così bello…”.

Sulla danza delle memorie di Lui e Lei l’autore illumina con maestria il rapporto reciproco che sussiste fra le emozioni e i processi cognitivi come la memoria, l’attenzione, l’apprendimento. Da un punto di vista clinico il film offre un ponte emozionale che ci permette di osservare le sfumature emotive dei due protagonisti tramite la rievocazioni di continue immagini vivide ed intrusive, quelle di Lui il più delle volte angoscianti, per lo più ricordi di scene passate familiari infantili in cui alcuni dei bisogni emotivi primari fondamentali non venivano soddisfatti dalle figure familiari.

Questi “ricordi” strutturano credenze metacognitive che giocano un ruolo fondamentale nel mantenere le immagini intrusive legate a quelle memorie e nello sviluppo di schemi disfunzionali o “trappole” in cui poi i due protagonisti restano impigliati. Capita spesso nelle sedute di psicoterapia di osservare la tendenza di alcuni pazienti a sopprimere deliberatamente ricordi che sarebbero altrimenti troppo dolorosi, ma che tornano poi sotto forma di immagini intrusive facendo rivivere le stesse sensazioni. Tant’è che molti pazienti non riescono più ad avere quella certa distanza critica che gli permette di differenziare ciò che è reale e attuale da ciò che viene dal passato, e di interrompere dunque stili di fronteggiamento protettivi e disfunzionali.

Troviamo in questo film molto di quel materiale che in terapia si cerca di raccogliere attraverso la tecnica del Floatback utilizzata sia nell’Imagery With Rescripting che nell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) proprio per lavorare su quegli episodi altamente sensibilizzanti rendendoli meno salienti ed attivanti da un punto di vista emotivo in modo da poter riformulare le credenze del paziente su di sé e sugli altri.

In ultimo, il rapporto tra i due protagonisti può essere letto in termini clinici come una sorta di esperienza di rescripting, di cambiamento per Lui: nel revocare i suoi ricordi in un clima emotivo positivo, con uno stato d’animo non più depresso, Lui inizia a recuperare anche ricordi o aspetti positivi delle sue esperienze infantili e a rileggere in una chiave meno drammatica, meno depressiva o autocolpevolizzante, ricordi che fino a quel momento costituivano la base delle sue credenze negative e depressogene. Vale a dire avviene, quello che spesso accade in terapia nella ricostruzione e rielaborazione dei ricordi traumatici infantili.