di Massimo Esposito

La miniserie “L’altra Grace”, tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood, rappresenta un dispositivo narrativo di particolare interesse per una lettura in chiave cognitivo-costruttivista e clinica dei processi di costruzione dell’identità, della memoria e della conoscenza psicologica.

La figura di Grace Marks si configura fin dall’inizio come epistemologicamente sfuggente: la sua identità non è mai accessibile come dato oggettivo, ma emerge progressivamente come esito di esperienze autobiografiche episodiche e narrative situate, costruite e ricostruite nel corso delle interazioni. In tal senso, la serie si colloca pienamente all’interno di una concezione del Sé come sistema esperienziale e narrativo, coerente con le riflessioni di Jerome Bruner (1990), secondo cui l’identità personale prende forma attraverso storie che garantiscono continuità e coerenza all’esperienza, e con la prospettiva cognitivo-costruttivista, che concepisce il Sé come un’organizzazione dinamica dell’esperienza e di significato orientata alla stabilizzazione di pattern di esperienza emotiva, sensoriale e cognitiva nel tempo.

All’interno di questa cornice, i colloqui tra Grace e il dottor Simon Jordan assumono un valore paradigmatico. Essi possono essere letti come una forma embrionale di setting psicoterapeutico, in cui viene progressivamente disarticolata l’illusione positivistica di un osservatore neutrale in grado di accedere a una verità oggettiva. Jordan si presenta inizialmente come rappresentante di una proto-psichiatria orientata alla classificazione e alla scoperta di cause interne stabili; tuttavia, il suo coinvolgimento crescente nella relazione con Grace evidenzia la natura inevitabilmente partecipativa dell’atto conoscitivo. In linea con l’epistemologia di Humberto Maturana e Francisco Varela (1987), per i quali l’osservatore non può essere separato dal sistema osservato: le domande, le aspettative e le risonanze emotive del clinico contribuiscono attivamente alla configurazione delle risposte e, più in generale, alla costruzione della realtà psicologica che si intende indagare. In questo senso, la relazione tra la protagonista e Jordan si configura come uno spazio di co-costruzione narrativa ed esperienziale, in cui le versioni della storia non vengono semplicemente rivelate, ma prodotte all’interno di un campo intersoggettivo.

Particolarmente rilevante, in questa prospettiva, è il tema della memoria. La serie mostra come i ricordi di Grace siano caratterizzati da discontinuità, selettività e ambiguità, mettendo in crisi una concezione archivistica della memoria. Coerentemente con gli studi di Ulric Neisser (1982), la memoria appare qui come un processo attivo di costruzione e ricostruzione, influenzato dal contesto attuale e dalle esigenze di coerenza del Sé. Tale dimensione ricostruttiva risulta ulteriormente accentuata in presenza di esperienze traumatiche: gli eventi dolorosi non vengono integrati in una narrazione lineare, ma tendono a emergere sotto forma di frammenti percettivi, sensoriali, lacune o stati dissociativi, suggerendo una possibile organizzazione dell’esperienza caratterizzata da discontinuità e compartimentazione.

In questo quadro, la celebre scena dell’ipnosi non può essere interpretata come accesso privilegiato a una verità nascosta, ma piuttosto come un dispositivo relazionale che consente l’emergere di una specifica configurazione narrativa, co-determinata dalle aspettative, dalle credenze e dal contesto interpersonale. In linea con le posizioni costruttiviste (Robert A. Neimeyer, 2009; Michael J. Mahoney, 2003), ciò che viene prodotto non è la rivelazione di un passato oggettivo, ma la costruzione di un significato dotato di coerenza interna e funzione regolativa per il Sé.

Un ulteriore elemento di grande rilevanza simbolica è rappresentato dal motivo ricorrente del “quilting”. L’attività del cucire insieme frammenti di tessuto diversi per creare un disegno unitario costituisce una metafora estremamente efficace dei processi di integrazione dell’esperienza. In termini costruttivisti, il Sé può essere concepito come una trama narrativa dell’esperienza che organizza elementi eterogenei – emozioni, ricordi, sensazioni, rappresentazioni di sé e dell’altro – in una configurazione sufficientemente coerente da garantire continuità identitaria, senza eliminare del tutto le discontinuità. Il lavoro psicologico, in questa prospettiva, non consiste nel recuperare una presunta unità originaria, ma nel rendere integrabili, pensabili e narrabili le fratture, integrandole, appunto, in una storia dotata di senso.

Infine, la serie invita a considerare con attenzione il ruolo del contesto socio-culturale nella costruzione dell’identità. Grace è una giovane donna, immigrata e appartenente a una classe sociale svantaggiata, inserita in un sistema profondamente segnato da asimmetrie di potere di genere e di classe. Le narrazioni che la riguardano – giudiziarie, mediche, giornalistiche – non sono neutrali, ma riflettono e contribuiscono a riprodurre tali dinamiche. In questo senso, la soggettività di Grace si configura come il prodotto di una negoziazione continua tra dimensioni intrapsichiche e cornici discorsive socialmente condivise, in linea con le prospettive socio-costruttiviste (Kenneth J. Gergen, 1994). L’identità non è quindi riducibile a un nucleo interno stabile, ma emerge all’intersezione tra processi di significazione individuali e pratiche discorsive collettive.

In conclusione, L’altra Grace mette in scena, con notevole raffinatezza, la tensione tra il desiderio di accedere a una verità oggettiva e la natura inevitabilmente interpretativa, situata e relazionale dell’esperienza umana. La questione centrale non riguarda tanto l’accertamento dei fatti, quanto la comprensione dei processi attraverso cui tali fatti vengono vissuti, esperiti, organizzati, narrati e resi coerenti all’interno della coerenza e della continuità del senso di Sé.

La figura di Grace Marks, lungi dall’essere risolta in una diagnosi o in una verità definitiva, rimane un esempio emblematico della complessità del vissuto personale, di quello interpersonale e dei sistemi di significato che costituiscono l’esperienza psicologica.

 

 

 

Bibliografia

  • Bruner, Jerome (1990). Acts of Meaning. Cambridge, MA: Harvard University Press.
  • Maturana, Humberto & Varela, Francisco (1987). The Tree of Knowledge: The Biological Roots of Human Understanding. Boston: Shambhala.
  • Neisser, Ulric (1982). Memory Observed: Remembering in Natural Contexts. San Francisco: W.H. Freeman.
  • Mahoney, Michael J. (2003). Constructive Psychotherapy: A Practical Guide. New York: Guilford Press.
  • Neimeyer, Robert A. (2009). Constructivist Psychotherapy: Distinctive Features. London: Routledge.
  • Gergen, Kenneth J. (1994). Realities and Relationships: Soundings in Social Construction. Cambridge, MA: Harvard University Press.
  • McAdams, Dan P. (1993). The Stories We Live By: Personal Myths and the Making of the Self. New York: Guilford Press.
  • Shotter, John (1993). Conversational Realities: Constructing Life through Language. London: Sage.
  • Liotti, Giovanni (2001). Le opere della coscienza. Milano: Cortina.