di Silvia Timitilli e Domenico Mancini

Che cos’è la felicità? È un mistero tra gioco e piacere.” È con questa frase che inizia Turchese non meno di 7, romanzo di Giuseppe Femia, psicologo psicoterapeuta che esplora la psicologia e la spiritualità presentandole come un’esperienza clinica mascherata da narrazione.

Il libro è un viaggio in cui l’autore ci invita a seguire il protagonista nel compito che gli viene assegnato. Un compito strano ai suoi occhi ma non così inusuale, invece, agli occhi di un terapeuta.

Davide, il protagonista, è un uomo intrappolato nella sua mente analitica: vive nel timore del corpo, sempre alla ricerca di spiegazioni e cercando di controllare l’imprevedibile. Ma un giorno incontra il Mago del Lago, una figura che, un po’ come un terapeuta simbolico, non fornisce interpretazioni, bensì assegna un compito: “Trova sette tuoi ricordi felici.” Una richiesta  che appare semplice, ma che in realtà è profondamente trasformativa.

“Turchese non meno di sette” assume così una valenza differente da quella di mero titolo di un libro, risuonando piuttosto come un’esortazione, imperiosa e al contempo gentile, a intraprendere un nuovo e inatteso percorso esperienziale.

Così Davide inizia un viaggio che si trasforma in un esercizio di memoria emotiva, un processo di riabilitazione della mente verso la felicità. Un viaggio privo di mappe e tracciati precostituiti, ma dietro il quale si cela un razionale clinico che affonda le sue radici nell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), forma di psicoterapia di terza generazione all’interno della cornice cognitivo-comportamentale che pone al centro il tema della felicità, dimensione spesso ammantata di miti e credenze che, come descritto nell’opera di Harris “La trappola della felicità” costituiscono invece degli ostacoli al raggiungimento di questa meta.

Ed è proprio in una trappola che si trova Davide, una trappola fatta di sintomi, sofferenza emotiva e tentativi fallimentari di rincorsa di questo mito fino all’assegnazione di questo compito. Inizialmente affronterà questo percorso con riluttanza e diffidenza, ma presto questi stati mentali lasceranno il posto a una viva curiosità, passando anche attraverso momenti di autentico stupore.

Davide dovrà lasciare temporaneamente il suo nome, espediente che richiama potentemente il concetto di defusione cognitiva, tecnica chiave dell’ ACT che insegna a distaccarsi dai propri pensieri, osservandoli come semplici eventi mentali transitori (come nuvole che passano) e non come verità assolute o ordini da seguire, creando spazio per agire in linea con i propri valori, anche in presenza di pensieri difficili, invece di farsi controllare da essi.

Così Davide vestirà i panni di Turchese, un esploratore a cui saranno fornite poche e, apparentemente, semplici istruzioni: farsi guidare dal ricordo di sette momenti felici nell’individuazione di altrettante persone, con cui mettersi a parlare e riflettere sul tema della felicità. Turchese incontrerà, così, sette viandanti, a cui porrà domande e di cui avidamente ascolterà le risposte e noi, assieme a lui, conosceremo le loro storie e le loro esperienze, esplorando aspetti profondi e salienti della nostra psicologia.

Ogni incontro di Davide – con Kevin, Lucilla, Bruna/Bianca – rappresenta un processo interno: la riscoperta di aspetti dimenticati di sé. Kevin gli restituisce curiosità, Lucilla calma, Bruna il senso di appartenenza. Il Mago del Lago, simile al terapeuta, agisce da mode coach: un facilitatore che guida senza spiegare, aiutando a dare forma al significato, più che a trovare la causa.

Nel contesto della psicoterapia narrativa (Bruner, 1990; McAdams, 2001), Davide costruisce una nuova coerenza autobiografica. Non cancella il dolore, ma lo inserisce in una narrazione più ampia, dove anche la felicità ha diritto di cittadinanza.

È lo stesso processo che avviene nella terapia cognitiva, dove la persona riesce a integrare esperienze positive nella propria storia, trasformandole in elementi stabili della propria identità. Spesso ci si concentra nel demonizzare le parti di sé considerate spiacevoli e negative, quando la vera rivoluzione consiste nell’integrare e accettare l’idea di essere tutte quelle parti, non come frammentazione, ma come un arricchimento della propria identità.

Il libro è un’opportunità per riflettere sulla nostra vita e sui nostri desideri, e per scoprire quali sono gli impedimenti che la nostra mente formula rispetto alla felicità e come uscire da quella trappola, guidati dalla luce del faro rappresentato dai nostri valori.

Allenarsi alla felicità non è infatti un esercizio di leggerezza o una soluzione palliativa, ma qualcosa di profondo. Significa riconoscere che la gioia non è un incidente, ma una possibilità intrinseca della mente umana. Dobbiamo permetterci di essere felici.

In questo romanzo ecco allora che la felicità emerge come conoscenza incarnata: “una lama consapevole”, scrive l’autore, “che attraversa il buio senza negarlo”.

E proprio questa definizione potrebbe valere anche per la psicoterapia: un percorso in cui il terapeuta non cancella la sofferenza ma aiuta il paziente a riscoprire la memoria della sicurezza, la traccia viva della propria integrità emotiva, o a costruire una nuova narrazione riguardo alla propria vita.

Perché, in fondo, il processo di guarigione non consiste nel dimenticare il dolore, ma nell’imparare a ricordare meglio: ricordare anche ciò che ci ha fatto bene e riconoscerlo come parte di noi.