di Giulia Pelosi

Ispirata allo scandalo di qualche anno fa delle baby squillo del quartiere Parioli di Roma, questa serie tv Netflix intende raccontare ciò che c’è dietro al fenomeno della prostituzione, illustrando tutte quelle dinamiche relazionali disfunzionali che si creano tra figli adolescenti e genitori. La serie italiana in onda per ora solo con due stagioni ci mostra un mondo emblematico fatto di ambienti d’èlite che sembrano esser in realtà delle gabbie dorate che impediscono di spiccare il volo. L’aspetto della prostituzione c’è, ma in realtà non sarà, almeno per una prima parte, mai troppo approfondito.

Nello specifico “Baby” parla di adolescenza, e l’adolescente è per definizione chi non è più, ma ancora non è. Questa è la storia di come un gruppo di giovani ragazzi possa avventurarsi nei labirinti della trasgressione, perdendosi. E’ un racconto di bisogni frustrati, di ricerca di amore, di approvazione e di riconoscimento.

Tra i protagonisti Chiara, una ragazza modello, impegnata nella squadra di atletica del liceo, vive con i genitori separati in casa, l’altra, Ludovica, l’outsider bullizzata, solitaria e trasgressiva, deve sopportare una madre “ragazzina” succube di un compagno molto più giovane che si approfitta di lei. Chiara e Ludovica, vengono da ambienti molto diversi ma frequentano la stessa prestigiosa scuola privata.

Nello stesso istituto scolastico c’è anche Fabio, il figlio del preside, che vive costantemente sotto il giudizio e il controllo del padre. Questo senso di oppressione spingerà Fabio ad avere in una doppia vita segreta, e infine, Damiano, un ragazzo cresciuto in una borgata romana, catapultato subito dopo la morte della madre in un quartiere di lusso dove vive il padre dal quale il giovane si è sempre sentito trascurato.

Le vite di questi ragazzi si intrecceranno episodio dopo episodio nell’ambiente della “Roma bene” fatto di feste in ville lussuose, spaccio, prostituzione minorile e giro illegale di denaro.

A fare da cornice alle storie di questi ragazzi, quelle dei loro genitori.

Queste famiglie sembrano non rappresentare un modello sicuro ed affidabile, non rivestono propriamente quel ruolo di guida che permette ai figli di fare esperienze in maniera sana ed autonoma. Notiamo infatti nelle storie familiari dei protagonisti rapporti di invischiamento, di accudimento invertito oppure ambivalente dove i genitori tendono a scaricare i propri dispiaceri amorosi, i propri fallimenti personali, i propri tradimenti sulla disponibilità dei propri figli, ma anche stili genitoriali troppo permissivi in grado di causare danni quali: mancanza di confini, sensazione di insicurezza, crisi di abbandono, senso di solitudine, incapacità di avere risposte sui bisogni più profondi ed incapacità di contenere le proprie emozioni.

I genitori non si accorgono dei giri pericolosi dei figli, dei soldi che maneggiano, del fatto che escono e passano tutta la notte fuori. C’è un evidente incapacità genitoriale di assumere un ruolo autorevole, di essere una guida, di ispirare fiducia.

Laddove tutto è concesso e tutto è permesso, l’adolescente percepisce una libertà vuota, vissuta senza autonomia, una libertà che li rende in qualche modo più fragili e vulnerabili.

In Baby tutti trasgrediscono, tutti hanno qualcosa da nascondere, tutti sono in cerca d’amore, sia i più giovani che gli adulti e tra trasgressioni, incomprensioni e tradimenti ciascuno compirà un personale viaggio in cerca di un’identità.

Chiara: “Se hai sedici anni e vivi nel quartiere più bello di Roma, sei fortunato. Il nostro è il migliore dei mondi possibili. Per quanto sia tutto così perfetto, per sopravvivere abbiamo bisogno di una vita segreta”.

Ludovica: “Per noi la vita è semplice. Vogliamo sentirci onnipotenti, divertirci e fare cazzate. E se non riusciamo a farlo alla luce del giorno, ci rifugiamo in qualcosa che è solo nostro.  La cosa bella non è una vita segreta. E che non sai mai cosa ti aspetta”.

La scuola d’altro canto sembra non rappresentare un luogo dove sviluppare la propria identità, dove sperimentare relazioni e nuovi contenuti della propria persona.

Dunque non c’è attenzione alle emozioni, non c’è comprensione, non si pratica l’ascolto attivo, non ci sono limiti, non ci sono regole, e allora, questi ragazzi cercano al di fuori della famiglia, al di fuori della scuola, uniformandosi ai valori estemporanei che la società e l’ambiente circostante gli propinano. Ed ecco che le ragazze mostrano disinibizione sessuale risultando pseudo-mature, avventurandosi nell’esibizione e mercificazione del loro corpo per ottenere attenzioni, consenso, denaro e regali. Sembrano delle mini-adulte apparentemente in grado di pensare e prendere decisioni, ma, in realtà, si rivelano del tutto inabili nel saper riflettere e dare un peso alle azioni che compiono.

L’identità di queste adolescenti è in continua trasformazione e i processi di individuazione sono fisiologicamente parziali, frammentari. Di conseguenza, le ragazze sperimentano vissuti non integrati della propria persona e della realtà.

Essenziali per rafforzare il senso di autostima precario e la sicurezza personale arrivano in aiuto gli status symbol, oggetti  come orologi, scarpe e vestiti firmati, borse, macchinette da quindicenni, motorini, cellulari di ultima tendenza, vengono considerati in un certo senso dall’adolescente l’estensione del proprio sé. La serie pone molta importanza al fenomeno interattivo dei “social”, i protagonisti infatti, vivono costantemente attaccati al telefonino imparando a conoscersi e a comunicare attraverso questi strumenti.

Le storie su Istagram, i profili Facebook, permettono di sbirciare la vita degli altri senza alcuna fatica e bisogno di esporsi. In alcuni momenti la schermata dello smartphone copre completamente la scena che stiamo vivendo, come se il social si sovrapponesse alla vita reale offrendoci uno scambio continuo tra le due vite oramai parallele. Il tempo sembra essere scandito da sofferenze improvvise e da gioie immense, la sfera affettiva è ricca di sentimenti vissuti però quasi sempre in maniera tumultuosa e confusa. L’inettitudine da parte delle figure di riferimento di sviluppare nei loro figli adolescenti la consapevolezza di sentirsi in grado di fare da sé, attraverso un graduale trasferimento di responsabilità per accompagnarli in quell’autonomia e libertà proprie della fase adulta non permette lo sviluppo della stima di sé e il formarsi di un carattere adatto ad affrontare la vita e le difficoltà che vi si possono incontrare. Questo genererà, come assisteremo in Baby, la messa in atto di diversi comportamenti devianti altamente rischiosi per la salute fisica e mentale dei ragazzi.

Rimiamo in attesa di una possibile terza stagione, in grado di offrire spunti nuovi andando ad esplorare conseguenze e sviluppi delle scelte compiute dai protagonisti.

Stay tuned!

 

Per comunicare con la rivista o con gli autori potete scrivere alla mail personale giulia.pelosi@email.it o a quella della rivista: psicoterapeutiinformazione@apc.it
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