Laura  Penco

 

La risposta è dentro di te.

E però, è sbagliata!

 

Riassunto

Laura ha 38 anni, due bambine e tanti interessi. Una mattina, mentre è all’Università sente che non sta bene; dopo poco perde coscienza. Si risveglia dopo 40 giorni di coma: non riesce più a parlare e a muovere metà del corpo. Le dicono che ha avuto un’emorragia cerebrale di non chiara origine. Quello che Laura illumina bene in questo racconto è la descrizione di cosa significa confrontarsi e accettare (essere costretti ad accettare) una condizione di malattia e disabilità, innanzitutto il tentativo di ribellarsi al destino, di trovare una scappatoia all’accettazione.

Parole chiave: coma, disabilità, accettazione.

 

Prefazione1

No, no e no; non sono nata cosi!

Sto su  una sedia a rotelle perché un giorno mi sono sentita male e da allora non riesco a camminare perché non ho equilibrio.

È molto diverso, non solo da un punto di vista psicologico, ma sopratutto per l’organizzazione di tutta la vita. Per esempio la mia casa non è assolutamente strutturata per una simile evenienza e allora diventa difficile muoversi per casa e ancora più difficile essere indipendenti. Per esempio, poi, ho due figlie piccole: questo significa che hanno bisogno di essere seguite ed io non posso più farlo come prima; di  questo  ringrazio mio marito ed i  miei  genitori  perché fanno quello che per il momento io non posso fare.

Mio fratello e la sua ragazza ci aiutano, invece, la domenica, quando non c’è la persona che normalmente mi aiuta. A  me  aiutano a fare la mamma e alle mie bambine le aiutano a divertirsi scorrazzando e conoscendo posti nuovi.

Comunque molte cose le riconquisterò, anche se con la lentezza di un pachiderma, e molte le ho già riconquistate. Ho scritto solo per ricordare e per condividere queste storie immaginate che nel titolo ho chiamato variazioni, ma che forse avrei dovuto chiamare elucubrazioni.

   Mi viene in mente una delle prime volte che sono andata in pizzeria con il ragazzo con cui stavo allora. Che c’entra? Niente, come non c’entravo niente io con questa malattia (forse, ho solo voglia di pizza).

    Io stavo bene, camminavo, giocavo e cantavo con le mie bambine.

 Era un periodo felice anche solo perché stavo bene.

Forse è per questo che sogno sempre di trovarmi nella casa dove abitavo prima, perché non accetto di essere adesso cosi. La sorella di mio marito gioca in questo un ruolo molto importante perché mi tiene allegra e mi dà la sua comprensione (là dove è possibile).

  Ogni popolazione avrebbe risolto il problema con un malocchio fatto da un nemico, con una lotta per territori, o con un furto; insomma con un debitore che paga i propri peccati. Voglio dire che almeno ciascuna popolazione avrebbe giustificato o spiegato in qualche modo perché è successo proprio a me ed io ne sarei un po’ meno tormentata.

Ma la mia cultura, nonostante sia “molto scientifica”, ammette la casualità e quindi io debbo accettare le cose e basta. Questo crea disordine…

Ah, già: queste considerazioni le ho fatte perché da brava antropologa mi viene spontaneo fare il confronto con altre culture; infatti, insegnavo antropologia culturale all’’Università della terza età”, ma ora non posso insegnare perché io ho difficoltà a parlare e figuriamoci quante ne può avere chi deve capire!

Mi ricordo che ebbi bisogno di guardare il Telegiornale per capire se era successo qualcosa a tutti o solo a me di stare male.

Che cosa mi è successo?  E chi lo sa? È stata  una beffa perché io insegnavo anche danza ed ho sempre dato molta importanza al corpo, inteso come realizzatore delle enormi possibilità e come simbolo, cioè come veicolo per comprendere le emozioni ed i pensieri.

Vorrei poter  dire che non è successo niente e invece… è incredibile è successo proprio a me; tutto quello che è successo prima sembra troppo lontano o non accaduto mai, a questo punto. Vivo come una sorta di schizofrenia, cioè sembra che un’altra Laura ha vissuto tutte quelle belle cose che ora però mi appaiono irrealizzabili.

Sono anche dispiaciuta del fatto che ho scritto in molto tempo, e nel frattempo tutti mi chiedevano notizie del mio libro; ma scrivo con un dito solo e quindi ci ho impiegato molto tempo. Anzi, meno male che scrivo al computer. Scrivo su una strana tastiera coi buchi che mi ha costruita papà.

   La mia esperienza, per la quale sono stata a lungo tagliata fuori dalla vita, mi ha ovviamente molto cambiata.  Come, ancora non lo so, ma di sicuro vedo le cose con “occhi diversi”.

Tutte le cose che ho scritto riguardano un periodo in cui il sogno lo vivevo come realtà ed il periodo successivo in cui, al contrario, la realtà era cosi brutta da non sembrarmi possibile, e quindi vera; oltretutto i miei ricordi sono tutti mischiati e cosi anche le cose che ho scritto sono mischiate e sono solo in ordine tematico.

È per questo che comincio da un ricordo, uno qualsiasi, perché nella mia testa tutto è mischiato.

Inoltre scrivo grande proprio perché possano leggere anche quelli che sono stati male come me.

Scrivendo, e quindi rivivendo tante cose, mi sono fatta tante risate perché alcune cose, anche se l’argomento non è dei più divertenti, sono proprio buffe. Potendo,  meglio ridere che  piangere.

Qualcuno, mi ha anche fatto notare che non c’è una storia in quello che ho scritto, ed è vero. Ringrazio, comunque chi me lo ha fatto notare, ma non c’è, perché nella realtà non c’è un ‘prima’ e un ‘dopo’.

Ho scritto solo per raccontare la mia esperienza e perché ci si interroga molto circa il coma. La sola storia che un po’ c’è si può evincere  dal capitolo 8. Ma per il resto sono solo descrizioni di fatti più o meno buffi, che io ho vissuti di cui non ricordo neanche l’ordine perché è inessenziale. 

Circa il coma, ci si chiede se uno è vivo oppure no, se si rende conto della sua situazione, se sente quello che viene detto in sua presenza… Io sentivo e capivo, solo che mischiavo o trasformavo questi elementi con altri che in qualche maniera gli assomigliavano… Proprio come avviene nei sogni… e infatti se si interpretasse tutto quello che racconto chissà cosa verrebbe fuori.

Non ho nominato tutti quelli che mi hanno aiutata in un momento molto difficile, ma ringrazio ugualmente tutti.

Coloro poi che ho conosciuto con l’occasione non so che hanno visto in me perché ero repellente da tanti punti di vista, ma li ringrazio ancora.

Introduzione

Ripenso alla  volta che mi hanno trasportata con l’ambulanza da un ospedale ad un altro, cioè quando ho cominciato a svegliarmi davvero, a prendere coscienza della situazione.

Mi avevano lavata in fretta e furia, sbattendomi di qua e di là: facevano un movimento che dopo mi sarebbe diventato familiare, cioè mi giravano prima a destra e poi a sinistra ed io ancora non ci capivo niente,mi sentivo solo sballottata; questa sensazione di essere “frullata” ho cercato di eliminarla seguendo i movimenti che facevano gli infermieri. Questo succedeva solo a me perché per la mia malattia non mantengo un punto di riferimento, ma anzi tutto balla compresi i miei occhi.

Poi è arrivato Andrea, mio marito, insieme a Giancarlo suo amico nonché mio fratello, il quale mi ha detto di essere molto contento che dopo solo un mese mi avrebbero portata ad un ospedale di riabilitazione motoria, al S. Giovanni  Battista.

Io avevo capito che mi avrebbero portata ad un campeggio di riabilitazione motoria, in cui si  facevano lezioni di gruppo di riabilitazione. Mi chiedevo solo quanto sarebbe stato scomodo prendere l’acqua alla fontanella, ma per il resto ero contenta.

Mi trasportava un infermiere, con  uno  che  secondo  me, era Paolo, il cantante  dei “Ladri di biciclette”.

L’infermiere mi faceva delle domande ed io non rispondevo perché non potevo e, oltre al fatto che non si arrivava mai, avevo addosso un librone che pensavo fosse la mia tesi di laurea (invece era la mia cartella clinica, dalle dimensioni simili).

 Arrivammo in quella che sembrava la hall di un albergo e qui  Marco salutò uno che stava mettendo a posto dietro ad una tenda dei manichini.

 Poi mi portò  in  una  camera singola dove un altro infermiere  mi  scaraventò sul letto.

Gli infermieri, poi, si misero a ballare tutti allegri ed in maniera sfrenata, come se avessero dovuto farlo per prendere  ciascuno il proprio biberon che usava per lavorare e tanti guanti di plastica; io pensai che erano tutti matti e che non vedevo l’ora di andarmene da lì. Le donne si presentarono e fecero un poco la mia conoscenza ed anzi mi assicurarono di  aver parlato al telefono con le mie figlie ed aver  detto loro che stavo molto bene lì.

Avevo notato che usavano una “divisa” diversa per i pazienti e questo confermava il fatto che non mi trovavamo in Italia, ma in un altro Paese.

Ho anche sognato, ma non so se prima o dopo, di stare con i miei  amici handicappati  dentro uno spogliatoio di uno stadio: oltre ad essere il posto più indicato per dei disabili, ognuno aveva trovato un proprio spazio; anche io lo avevo trovato in un ufficio al piano di sopra, ma si vedeva che  io  stavo molto male dal  fatto che tenevo la testa ripiegata  sul collo.

Un mio amico lamentandosi perché questo lavoro non sarebbe spettato a lui che ne aveva esperienza solo come fruitore,  mi fece l’aspirazione e più tardi  infermieri e medici mi fecero una piccola            operazione con la quale mi aiutarono a respirare meglio.

Distinguere la realtà dal sogno

La mia realtà è fatta sia di cose che ho sognato (sulla base di cose che mi hanno colpita), sia di situazioni reali e per me risulta difficile distinguere quel che è sogno da quel che non lo è. Anche perché mi è successo  che il sogno  sia proseguito la realtà, con gli stessi elementi.

Tuttora aspetto di svegliarmi e di rendermi conto che è stato solo un  brutto sogno  ma  non mi sembra che mi sveglio e quindi non e stato un brutto sogno ma  era la realtà.  Mi ricordo a questo proposito Tommaso che stava in ospedale con noi che si era stufato di sognare e chiamava i suoi genitori affinché lo svegliassero.

Nessuno di noi accettava di trovarsi in ospedale. Apparentemente, senza esserci sentiti tanto male da giustificare un ricovero ospedaliero e senza aver avuto particolari traumi tali da motivare il suddetto ricovero. Noi che siamo stati in coma ci siamo addormentati e risvegliati ad un tratto nel letto di un ospedale.

Per me è stato molto difficile accettare di non essere più quella di prima, sapere di essere diversa per sempre.

I miei rapporti con le cose e con le persone sono ora completamente diversi. La realtà è sempre uguale momento per momento, non cambia nei rapporti tra le cose, ciò che era prima rimane. Invece noi che siamo stati in coma ci siamo svegliati incapaci di camminare ed io ancora non cammino.

Con questi indizi ho scandagliato i fatti che conoscevo e ho capito che una buona parte era sogno. Ho confrontato quella che io credevo essere la realtà con i racconti che mi hanno fatto Gaia e gli altri. Non si possono fare le cose di prima e non è facile perché tutto sembra sogno come disse Calderon de la Barca “la vita è sogno”; forse sarà perché sembra tutto irreale. Solo nel sogno succedono delle cose che nella vita reale non possono accadere come quella volta che sognavo di cambiare la mia voce con un’operazione della fisioterapista: ci dovevamo incontrare sulla torre n. 26 dei tre porcellini e invece mi svegliai che ero guarita senza  operazione. Non parlavo bene perché avevo in bocca tre o quattro fondi di bicchieri colorati di plastica che si gonfiavano quando cercavo di parlare e solo alla fine di ogni discorso mi veniva una voce che sembrava il rombo della moto di Andrea, forte e sicura.

O forse perché non mi ricordo niente di quando stavo male e mi sembra un sogno essere così.

Svegliarsi così non è facile perché si pensa o ad uno scherzo o ad una messinscena; tanto è vero che io all’inizio pensai di essere su “Scherzi a parte” e sognai che Canale 5 mi scrivesse una lettera.

 Il sogno è come un’altra realtà in cui pero ognuno ha un altro ruolo o come ho già detto dove accadono cose che nella realtà non possono accadere. Il sogno sopratutto, si può interrompere quando si vuole in modo che quel che si e vissuto per un po’ come vero diventa irreale e scompare.

O come quella volta che Antonio e Alessandro mi portarono ad una visita al S. Filippo Neri. Mi sembrava di stare in una stanza fatta così: sopra vi era uno spazio con la moquette rossa io volevo cambiarmi e Antonio mi prese e mi mise sulla barella poi mi portarono con l’ambulanza e dovetti aspettare davanti alla porta io sognai di essere torturata dalla dottoressa e invece avevo fatto una broncoscopia da cui avevano visto che era tutto a posto.  A me, era sembrato che a ritorno, avessimo fatto una specie di inseguimento, in cui l’ambulanza si trasformava in un aereo ed a me uscivano i piedi tanto che doveva tenermi Alessandro. Sembrava “l’aereo più pazzo del mondo” o, per meglio dire, “l’ambulanza più pazza del mondo”.

Non sapevo distinguere la realtà dal sogno. Lo dicevo ridendo a Gaia: Marco era un diavolo e secondo Gaia dovevo mangiarlo, esistevano tre Marchi ma se io ne mangiavo uno potevo parlare con il capo dei diavoli per uscire dall’ospedale. Così mangiai un Marco e tornai a casa.

Descrivo un ultimo sogno: la sera stavo su un battello a vapore su di un fiume e bastava aprire la portafinestra per trovarsi sul fiume. C’era una donna di colore che mi aveva sentita tossire e, dopo avermi cambiata, mi aveva messo vicino il suo bambino piccolo per farmi vedere che era possibile respirare anche dormendo. Poi mi svegliai e vidi un ragazzo di colore cambiarsi assieme ad una ragazza nel bagno.

Dopo fecero uno spettacolo noioso e si fece giorno.

Bisogna sapere che andavo tutte le sere sul battello, dopo essere stata nel pub; qualche volta andavo, assieme a Cristina e alla gemella di Caterina, in un piccolo aereo a dormire, pronta così, l’indomani, a scappare.

La prima volta ci trovarono Elisa e Sonia e un’altra che poi non ho più vista. Sonia parlava dell’origine dei “Vespasiani” ed indossava una maglietta della ‘Croce Rossa Italiana’; siccome quella era solo un’esercitazione, ci dovemmo lanciare con il paracadute; e siccome questo reparto era particolarmente povero, tanto che aveva i letti tutti sgangherati e ‘campava’ solo di elemosina, l’unica cosa che trovò Elisa fu un cappotto che, gonfiato con l’aria e tenuto con le mani, funzionò da paracadute.

Anche qui, solo adesso riesco a distinguere la parte di realtà che c’era nel sogno.

La gente

Bisogna sapere innanzitutto che io ero molto contraria agli ospedali ed a tutti coloro che vi lavorano perché pensavo che tutti badassero solo alla loro convenienza o che, quanto meno, non gli importasse niente di chi sta male ed è quindi indifeso. Come se fossero gli stessi ospedali a determinare o meno la malattia Perciò avevo paura di essere operata e di non essere cosciente: avevo paura del momento in cui qualcuno approfittando della mia temporanea incoscienza, mi avrebbe fatto delle analisi da cui sarebbe emerso che ero irrimediabilmente spacciata.

Ho chiaramente razionalizzato la paura inconscia di avere qualche malattia che nel contesto ospedaliero, facendo ricerche su tutti i fronti, può venire fuori e può condurre alla morte.

Per questo, ed altri motivi che qui non esporrò, credevo che dentro un ospedale volessero la mia morte.

Così, fu  una sorpresa per me scoprire che tutti avevano lo stesso scopo: aiutarmi e guarirmi. Sembrano tutti  volere la  mia  guarigione e per volere il bene  di un’altra persona bisogna tirare fuori una parte positiva di se stessi e quindi essere positivi a propria volta.

Si crea come una barriera di energia positiva il cui scopo è quello di far star bene chi rischiava di non essere più vivo.

Almeno ho conosciuto tutte  belle  persone. In un sogno tutto appare deformato, e così anche le persone; all’inizio mi sembravano tutti buoni. Anche nei negozi all’inizio mi sembrava che mi trattassero particolarmente bene, sotto ogni riguardo; anche nel mio palazzo. Dopo ho scoperto che è il “potere della carrozzina” e non della persona che ci sta sopra.

La carrozzina (o sedia a rotelle che dir si voglia)  è sì antipatica, ma almeno risarcisce un po’ in questo modo.

Non ricordo gli  infermieri del S. Filippo Neri o, almeno, mi hanno detto che quelli che mi sembra di ricordare non corrispondono alla realtà. E sicuramente c’è qualcosa che non va perché tra gli infermieri c’erano un mio amico che, invece, non è mai venuto in quel ospedale, e la fidanzata di mio fratello Giancarlo.

Quelli del S. Giovanni Battista, invece, li conosco uno per uno e li ricordo altrettanto bene perché ciascuno ha una propria caratterizzazione. Come nei personaggi dei fumetti c’è l’avaro, il simpatico, l’introverso.

Ciascuno ha ovviamente tutti i lati del carattere però, per vari motivi, un carattere solo diventa significativo, prende il sopravvento sugli altri, e diventa rappresentativo di una determinata persona. Ho trovato perfino esagerati anche perchè ho sognato e basta quando sono stata al S. Filippo Neri e quindi non ho avuto modo di conoscere gli infermieri.

Invece al S. Giovanni Battista sono stata tanti mesi cosi che non solo ho conosciuto gli infermieri – i miei carcerieri – uno per uno, ma anche gli orari che erano molto diversi da quelli del San Filippo Neri. Anche se ho sognato che ai Cavalieri di Malta stavo in un paese straniero e questo giustificava la  divisa diversa.

All’inizio mi sembrava che la gente fosse tutta brava per via del fatto che io ero stata male. Invece capii più tardi che alcuni si rendono effettivamente conto che chi è sulla carrozzina ha maggiori difficoltà, altri lo fanno per educazione, altri ancora anche in quest’occasione si rivelano quello che sono.

La  mia  storia 

Ho avuto un’emorragia cerebrale.

Mi sono sentita male all’Università, mentre seguivo un corso Post-Lauream di Artiterapie. Prima mi hanno portata con l’ambulanza (perchè già non parlavo e non camminavo) all’ospedale Santo Spirito di  Roma, ma questo non aveva posto al reparto di Rianimazione (perché io non davo più segni di vita) e allora mi hanno portata con l’ambulanza al S. Filippo Neri, dove facendomi una TAC hanno scoperto che stavo avendo un’emorragia, che non era operabile.

Cosi hanno chiamato tutti i miei parenti ed amici e sono stata più di dieci giorni tra la vita e la morte. Di questo periodo io non ricordo niente perché ero in coma e la mia unica attività era immaginare cose che non facevo o che non succedevano nella realtà. Però sentivo tutto e non mi rendevo neanche conto di non dare segni di vita, perché nei sogni (che contenevano anche quello che sentivo) mi muovevo.

    Mi hanno raccontato che stavo molto male,  ero in coma e tutti si erano alla fine convinti che sarei morta perché avevo la febbre troppo alta.

Scrivo questo perché in questo periodo si parla molto di coma. Io riporto la mia esperienza, ma non posso generalizzare; io immaginavo anche sulla base della mia esperienza, o, per meglio dire, sognavo ed anzi tutto il mio scritto si basa molto su questi “sogni”.

Dall’ospedale S. Filippo Neri fui trasportata ad un ospedale di riabilitazione motoria, il S. Giovanni Battista, dove però i miei movimenti erano molto limitati perché ero paralizzata.

Ho incominciato a muovermi nello spazio al S. Giovanni Battista grazie alle attenzioni di tutti i fisioterapisti e agli incoraggiamenti degli infermieri. In particolare i fisioterapisti si divisero i pazienti del “repartino” e cosi si occupò di me un fisioterapista che in breve tempo mi fece camminare con un deambulatore.

Nel frattempo ebbi la flebite e la cheratite. La prima la ebbi ad una gamba e mi tenne a letto diversi giorni; tra le altre cose ho dovuto portare una calza elastica per un anno.

Per quanto riguarda la cheratite, mi è venuta perché non chiudevo la palpebra destra, lasciando l’occhio libero di prendersi qualsiasi malattia.

Infatti, l’occhio lo stavo per perdere. Invece grazie soprattutto alle cure maritali, ho si l’occhio un po’ strano, ma non lo ho perso.

Va bene, questa è la storia. Ma non c’era nessuno a viverla.

Sì, sì: per me è stato un incubo svegliarmi all’improvviso in un ambiente sconosciuto con gente sconosciuta; mi sembrava di stare ne “il Processo” di Kafka perché non sapevo in cosa ero coinvolta, né, tanto meno, perché.

Il museo                                   

Ogni situazione può essere esemplificata e descritta con un aggettivo. Quindi, esiste qualcosa che, per metafora, rappresenta la situazione di cui si è detto prima. La similitudine, qui, è con l’atmosfera, come a dire che se non mi sento bene, allora immaginerò un’atmosfera brutta e pesante.

Nei miei sogni ho sempre mischiato la fantasia di ciò che accadeva con alcuni elementi della realtà. Per esempio i biberon o quello dei Ladri di biciclette erano elementi della mia vita, così io ho sognato un museo perché in quel periodo stavano aprendo al pubblico un  museo Antropologico sulla cultura dei Maya. La donna che faceva  le pulizie stava pulendo qualcosa  di importante  tipo una maschera. Mi stupivo di come  i  suoi bambini    entravano  ed uscivano, saltando anche tre piani perché in  realtà era un ologramma, una realtà virtuale.

La cosa importante che mi colpì fu che io vedevo il “retro” di una situazione: dentro un museo antropologico quando si vede un oggetto si immaginano le persone, i suoni, i colori, gli altri oggetti tipici di questa cultura…

E poi ci si domanda “come si va a vivere cosi?” oppure anche “come si fa a credere a quelle stupide cose?”. Almeno io, immagino di essere un personaggio di quella situazione e mi domando a quale casta sarei appartenuta; ma tutto questo è fantasia. Invece la signore che faceva pulizie vedeva, giustamente, solo un importante pezzo di legno. A questo proposito pensavo al “retro”, cioè ad un momento di assoluta calma e silenzio, in cui la maschera è davvero solo un pezzo di legno, un’altra faccia di un oggetto che in mezzo alla comunità acquisita una valenza simbolica.

Pensavo  anche che  l’ospedale   fosse  una specie di museo antropologico in cui gli animali lottavano facendo essi stessi  uno spettacolo.

In realtà avevo  visto poco tempo prima un museo     antropologico  e avevo pensato  che non hanno senso cose  staccate dal  contesto  in cui sono nate.

La televisione

La televisione era sempre presente. Anzi è stata sempre presente fin da quando ero bambina. Nella mia fantasia di bambina, ero seguita da una telecamera, anche momenti più intimi. Certo, questa è l’esplicazione dell’egocentrismo normale ed indispensabile nei bambini; voglio dire che però ha reso possibile concepire una simile idea: la presenza continua di una telecamera, nonché la creazione di un personaggio.

Ma procediamo con ordine. Mia mamma mi aveva lasciato  il personaggio di  Laura la Buona, ma questo personaggio mi aveva stufato. Perché un personaggio? Perché la televisione ha bisogno di personaggi e di tipi di vita differenti dal proprio, in modo che ciascuno si possa immedesimare o possa sognare; a questo proposito mi ricordo di avere visto spesso nel sogno dei diavoli, cioè persone normali, che però io sapevo essere dei diavoli; ma ricordo anche di aver visto molte streghe nella realtà, films e cartoni animati di ogni tipo, e di aver pensato che, in fin dei conti, anche i diavoli sono creature negative che hanno molti poteri. Perché allora proprio le streghe, e in tutte le salse ?

   Le vicissitudini di Laura la Buona, con le sue donazioni, la sua comprensione verso tutti ma sopratutto verso chi sta male, il suo comportamento così buono e ineccepibile, la calma rassegnazione ad ogni forma di cura-tortura ospedaliera, avevano appassionato il pubblico, ma la parte più interessante era quella dei viaggi di notte: in questi viaggi, dai quali non potevo sfuggire, incontravo molte persone che conoscevo nella realtà, tra cui l’insegnante di pianoforte di mia figlia e l’autista del pulmino della scuola delle bambine.

Infatti, per quanto riguarda il primo ospedale, c’erano anche questi viaggi notturni che hanno molta importanza: chissà perché, sempre in ore scomode io viaggiavo ed ero sempre ripresa da una telecamera; qui viaggiavo, con una specie di treno o carrettino, per diversi luoghi e incontravo molte persone tra cui alcune che conoscevo e tutte non mi riconoscevano o facevano finta perché altrimenti non le avrebbero pagate.

La cosa più strana è che dovevo sempre fare visite ginecologiche o simili.

Tornando al personaggio di Laura, l’ho fatta morire per liberarmene.

Il nostro amico Tiziano era il “capo della televisione”, cioè decideva lui quando fare le riprese e quando invece fare le pause. C’era un piccolo locale solo per tenere tutte le cose attinenti alla televisione ed era scritto ovunque che c’era un canale televisivo, quindi potevano fare una ripresa in ogni momento.

Chiaramente, Tiziano aveva chiamato tutti i suoi amici, cioè tutti i ragazzi della palestra di arrampicata. Qualcuno lo conoscevo e lo riconoscevo, qualche altro mi sembrava avesse tutti i dati in mio possesso combacianti con quelli reali.

Certo, il macello si creava quando si incontravano due nostri “sogni”. Mi è anche successo, ma lo ho sviato attribuendo la cosa all’incidente e facendo finta. Ma, per la maggior parte, erano personale ospedaliero o almeno dovevano esserlo; e invece erano molto pasticcioni perché non era il loro lavoro e non erano per niente preparati.  In queste situazioni era ancora più difficile distinguere la realtà.

Tutti gli ospedali hanno una luce particolare che io ero convinta che erano i riflettori della televisione e le  grate dell aria condizionata erano solo luoghi per nascondere la telecamera.

Gli ospedali

 Siccome per la mia malattia tutto salta, io ho sognato di  essere in tutte situazioni in cui il fisico non è stabile perchè il pavimento si muove: su una nave, su un dirigibile, su un aereo. Dicevo che per la mia malattia tutto balla perché non ho equilibrio e soprattutto gli sono i veri ballerini della situazione. In questo caso non è il pavimento a muoversi, ma tutti i miei possibili punti di riferimento.

   All’inizio ero su una nave; infatti, mi ricordo che il mare era in tempesta, ma io stavo lo stesso sulla nave perché era un luogo neutro e proprio per questo costava molto. Infatti, il personale di questa “strana nave” era molto preparato ed era un luogo molto esclusivo, perché appunto molto costoso, trovatomi da mio fratello Giancarlo. Tutto veniva fatto solo in nome di uno strano Gesù Cristo e mi ricordo un crocifisso con delle rose che ne era il simbolo, cioè indicava una religione “altra”,  una nazione che non era la nostra.

Ho visto molti ospedali o, più che altro, padiglioni di ospedali. Dopo la nave, ho girato tutti i padiglioni dismessi di un manicomio (perché i manicomi per legge ora sono chiusi ), i quali avevano attrezzature differenti e scopi differenti. Gli infermieri spolveravano le attrezzature e trasformavano completamente gli ambienti in strutture ospedaliere che funzionavano solo di giorno, in modo che alle 8 e ½ di sera ………tutti a casa.

   La cosa più buffa era un padiglione in cui  gli antichi romani, al tempo appunto dell’antica Roma, avevano fatti belli i propri cani: vi si trovavano ancora le piattaforme che trasportavano automaticamente i cani da dove si lavavano a dove venivano pettinati e preparati per la gara di bellezza; c‘erano i pettini o le spazzole e, soprattutto, c’erano le mantelline, che erano  colorate e variopinte sia perché erano di abbellimento e sia perché erano un simbolo  di appartenenza  alla famiglia o ad una Casata; ma c’erano anche normali luoghi di degenza o posti nei quali venivano fatti gli elettrochoc ….

C’era un posto, in cui venivano festeggiate le mamme dei figli degli aviatori che non erano state festeggiate quando erano nati i bambini.

Il tutto veniva trasformato come ho già detto.

Ma naturalmente stavo sognando.

Il luogo che ho visto dopo era molto strano: era una stanzetta tutta in legno in cui c’era solo il mio letto; da qui vedevo fuori di una porta a vetri tutta la gente che mi era venuta a trovare. Questo era il famoso dirigibile ed al piano di sopra si pedalava, sopratutto il primario pedalava in modo che “l’apparecchio” si muovesse lungo una catena di ferro; sì,  perché il primario era un fisico e voleva sperimentare il movimento.

Questo stesso ospedale, più tardi divenne un salottino, dove scoprii di essere la vittima inconsapevole di uno scherzo televisivo, ed una camerata con tutti malati. Da qui venni trasferita. 

Prima di descrivere un altro ospedale (l’ultimo che ho reinventato con la mia fantasia) voglio raccontare di come credevo fosse fatto il Santa Lucia: in primo luogo era un piccolo edificio bianco con annesso un grande e importante cimitero (cosa, questa, che faceva già presagire che li i malati facevano un brutta fine); in secondo luogo era vecchio e tenuto molto male; insomma, l’esatto contrario di quello che è realmente.

    L’ultimo ospedale che ho visitato diventava un aereo: dopo pranzo gli infermieri sparivano perché l’ospedale si trasformava in aereo ed eravamo sicuri solo noi che stavamo a letto. L’aereo si spostava solo per portare noi malati, per portarci ad una lezione di ginnastica ed io ricordo il volo di uccelli che era causato dallo spostamento dell’aereo (sempre secondo me).

Mi sono anche ricordata che pensavo che l’ospedale dove mi trovavo fosse un obitorio e quindi ogni cosa che usavo era stata di un cadavere, come ad esempio la barella in cui ci facevano il bagno. O anche mi ricordo di una sala con due o tre vasche da bagno in cui una volta mi è anche sembrato di intravedere qualcuno (un morto, sicuramente). In questa sale, appeso ad una parete, vi era un costume da bagno verde, che per me è stat sia una importante pietra miliare, che uno spauracchio. Spauracchio perché avevo paura di doverlo indossare (ed è stato sempre di un morto) e di pietra miliare nel senso che era un punto di riferimento: quando si è in un ambiente nuovo e non si conosce niente, ci si appiglia a queste piccole cose, a cui magari si da un sopranome o una funzione immaginaria; allora diventato punti di riferimento, oggetti familiari che scandiscono il tempo.

Gli attori

C’è la televisione, c’è l’ambientazione, mancano solo gli attori…

Secondo me ogni cosa che succedeva era decisa da un regista appositamente per me, ed io me lo figuravo gli attori che dietro le quinte litigavano per chi dovesse entrare per primo. Anche i personaggi apparentemente insignificanti o casuali come un fattorino sono, in realtà, il frutto di uno studio (o di alcuni curiosi che vogliono ficcare il naso).

Al momento giusto ciascuno arrivava o telefonava o suonava alla porta così in sincronia con quello che provavo, che io pensavo ci fosse un regista a determinare le entrate o le uscite degli attori. Infatti non capivo perché lo facesse ne chi fosse, ma sicuramente era una persona molto intelligente o psicologa.

Col tempo poi ho scoperto che per gli appuntamenti era mio marito l’organizzatore. Per il resto … lo descriverò in dettaglio nel proseguo dello scritto.

Per quanto riguarda gli infermieri, è vero che erano tutti carini e simpatici, ma la loro era una selezione naturale nel senso che a contatto con la sofferenza ci possono stare solo a patto di scherzare molto.

Andavano molto di moda i diavoli di tutti i tipi; tanto è vero che amici o persone che conoscevo facevano i diavoli; quando stavo nel primo ospedale per i motivi molto gravi che ho spiegato altrove, mi trasportarono in un altro ospedale, trovai un solo diavolo che, però, aveva il potere di trasformarsi in tutte le persone che conoscevo e di acquisire informazioni su di loro.

Ora ho compreso che in realtà chi manovra tutto sono io, cioè attribuisco io stessa significati alle azioni o alle situazioni. Ed inoltre esiste una parte indipendente e insospettata di me.

Sempre secondo me, andavano molto di moda i diavoli di tutti i tipi; tanto è vero che, per condurre una trasmissione radiofonica, amici o persone che conoscevo, dovevano rappresentare i diavoli; quando stavo nel primo ospedale per i motivi molto gravi che ho spiegato altrove, mi trasportarono in un altro ospedale, trovai un solo diavolo che, però, aveva il potere di trasformarsi in tutte le persone che conoscevo di acquisire informazioni su di loro.

Ora che ci penso, questa è già una prima forma istrionica ed il passo successivo è quello in cui alcune persone dicevano di essere altre persone, come ad esempio, Claudio che diceva di essere Giancarlo del campeggio e di aver vinto una gara di ballo.

 C’erano due tipi di attori, quelli che impersonavano se stessi e che quindi non avevano mai recitato e quelli che avevano già recitato ma con altri nomi e quindi aveva due nomi, cera ad esempio Isabella che si chiamava anche Alessandra o anche pazienti come Damiano che aveva gia recitato però in un altro ruolo in cui si era chiamato Valerio. Cosi gli infermieri lo chiamavano (in realtà solo una volta) Valerio – che invece doveva essere il nome di un vecchio paziente.

Più tardi arrivarono Federica e Andrea; questo ultimo aveva lavorato come infermiere ma ora voleva fare il fisioterapista e quindi chiedeva a tutti come stava con la sua nuova divisa, ovviamente dovevano avere “le fisique du role” per interpretare un altro personaggio.

Al momento giusto ciascuno arrivava o telefonava o suonava alla porta cosi in sincronia con quello che provavo che io pensavo ci fosse un regista a determinare le entrate o le uscite degli attori. Infatti, non capivo perché lo facesse né chi fosse, ma sicuramente era una persona molto intelligente e psicologa. Col tempo poi ho scoperto che per gli appuntamenti era mio marito l’organizzatore. Per quanto riguarda gli infermieri è vero che erano tutti simpatici e carini, ma la loro era anche una selezione naturale nel senso che a contatto così con la sofferenza ci possono stare solo a patto di scherzare molto.

Tutti entravano ed uscivano come in una commedia, salutandomi; in realtà quello che a me sembrava “lo spazio scenico” era il corridoio dell’ospedale da cui passavano necessariamente tutti coloro che, una volta entrati nel “repartino”, mi venivano a trovare.

Ognuno sembrava la caricatura di se stesso. Ora, cosa si intende per caricatura? Be una caricatura mette in risalto alcun tratti e li rende cosi importanti da sembrare ridicoli. Ad esempio, ogni infermiere era un tipo  preciso con delle caratteristiche sue: c’erano l’avaro o  il simpatico ecc. Coloro che impersonavano se stessi, cioè i miei parenti, lavoravano anche come muratori perché dovevano dare il loro contributo alla struttura: mi “accorgevo” di             questo sia perché sentivo le loro voci sia perché vedevo le macchi di calce sulle loro braccia…

Personalmente ero non solo buona, ma sopratutto ridevo sempre perché coglievo il paradosso e il lato buffo delle situazioni. Dunque non mi prendevo troppo sul serio e riuscivo ad essere un po’ distaccata.

Non c’era davvero niente da ridere in quelle situazioni ma erano cosi paradossali, cosi coercitive che non si poteva fare altro che ridere; per esempio mi ricordo che mi fece tanto ridere leggere sulla porta la scritta “palestra” e poi vedere otto persone dentro che dormivano.

Io allora ridevo perché immaginavo la scena in una foto, dove non  si sapeva che quelle persone erano state in coma.

 In realtà non ridevo di loro, ma di me; di quanto sono caduta in basso a tal punto che ormai la palestra è un dormitorio.

La forma più evoluta di recitazione è rappresentata ovviamente dai veri attori. Una volta “vidi” girare un film sull’Africa, del quale mi colpì molto l’atmosfera rarefatta; si vedeva solo un tratto di un fiume e tutto intorno delle alte piante di canne; poco distante da lì c’era una casupola bianca ad un piano e dentro c’era una donna che diceva ai suoi figli di spruzzarsi qualcosa addosso perché stava calando il buio e con esso anche gli insetti. Infatti l’unico rumore che si sentiva e che dava anche un po’ di colore alla scena vuota era quello fatto dalle cicale. Si poteva respirare l’Africa anche attraverso quei colori estivi, di terra bruciata.

Dopo un pezzo che durava questa scena finale del film, si vedevano gli attori che lamentandosi del salario, si struccavano e parlavano tra di loro.

In questo modo è rimasto dentro di me un profondo senso di desolazione … quel sapore che rimane in bocca ogni volta che finisce un periodo particolare della vita.

La mia storia (secondo  me)

Tutto cominciò ad un normalissimo corso di Artiterapie all’Università; mi sentii prudere un occhio e Teo si offrì di  accompagnarmi al bagno a sciacquarmi ma dissi di no, grazie. Fu solo quando mi sentii veramente  male che accettai di sdraiarmi sulla cattedra e vomitai  tanto e senza  problemi. Io non so perché mi  preoccupai subito  delle mie  figlie e affidai le mie  due piccoline a Paola che aveva due figli.

Ormai non si capiva niente di  quello che dicevo … ricordo che il nostro insegnante psichiatra  si prese  cura di me e ricordo due infermieri che mi hanno  portata via. Da  qui ho cominciato a  sognare: racconterò vari  episodi un po’ diversi tra loro

Bisogna dire che il primo periodo nei miei ricordi è tutto caratterizzato da un’ambientazione andina, cioè dal fatto che si svolge tutto sulle Ande o che comunque fa pensare all’America del Sud. Il secondo periodo è invece più vario e non è caratterizzato da niente in particolare se non dal fatto che io stavo in un altro ospedale.

  All’inizio, come ho già detto, immaginavo di stare su una nave; ma a quel punto dovevo già aver iniziato a sognare. Sulla nave gli infermieri erano personale specializzato, tanto è vero che  facevano una specie di iniziazione mettendo della carta   argentata  colorata sui polsi delle  persone  e togliendo poi  un pezzo di pelle  da questi.

Dopo andai in un altro ospedale. Ogni giorno cambiavo edificio: perciò  non mi meravigliavo se vedevo edifici o cose strane.

Mi abituai all’idea che stavo nel posto dove la gente moriva e all’idea che mio marito si voleva risposare sopratutto per le bambine

 Ogni tanto tornavo a casa e vedevo cosa intanto succedeva, o almeno così sognavo. E poi tornavo in questi strani luoghi che funzionano come ospedali. Trascorsi una notte in una specie di torre, dove, però, non c’erano coperte. Allora, mi coprii con una tela infestata di bestie ma, a me, non importava più niente perché tutte le mie vicissitudini mi avevano fortificata; essendomi trovata cosi vicina alla morte ho capito quante poche cose hanno davvero importanza; il resto sono costruzioni culturali poco determinanti per la nostra esistenza.

Tra i luoghi più strani che ho visto un ospedale con una scuderia, una isola “di lei” ed una isola ”di lui”. In tutte queste situazioni gli “altri” erano attori, cioè si  comportavano in maniera da farmi credere di trovarmi in un ospedale.

La giornata al S. Filippo Neri non era particolarmente scandita, tranne due appuntamenti: i pasti e lo spettacolo del pomeriggio; gli infermieri, in questo caso, diventavano attori e mettevano in scena una specie di giallo (andino, ovviamente) al quale noi malati dovevamo trovare una soluzione o almeno una spiegazione. Dopo le prime volte, questo spettacolo mi annoiava infinitamente, perché era troppo lento per catturare la mia attenzione che invece era distratta da ben altri pensieri; così fui contenta di sapere che mi avrebbero trasferita in un altro ospedale anche perché sarebbero finiti questi spettacoli noiosi.

Per quanto riguarda i pasti, mi ricordo che io e mia mamma dovevamo mangiare delle perle, ma che quando queste fossero finite non avremmo più mangiato.

Di sera riuscivo persino a partecipare ad un programma molto ambìto e di questo ero molto contenta.

La mia giornata al S. Giovanni Battista era invece scandita un po’ più chiaramente, cosa che mi aiutava a far passare i giorni: la mattina gli infermieri che avevano fatto il turno di notte si dileguavano con le prime luci del giorno come “gli scarafaggi quando si accende la luce”, dove la similitudine è solo con il modo di scomparire; poi iniziavano ad arrivare gli infermieri del turno di mattina e qui cercavo di indovinare (riuscendovi, peraltro) chi sarebbe venuto ancora (certo perché chi ha dei figli è probabile che voglia fare il turno di mattina, mentre a chi è più libero spetta quello di pomeriggio); il primo (o la prima) che arrivava si metteva a fare le terapie, cioè preparava le medicine da dare ai malati. Se mi era simpatico/a e se ne avevo occasione lo salutavo e gli davo il buongiorno; poi arrivavano le colazioni (per chi mangiava) e la giornata cominciava… Dopo avere chiacchierato un po’, gli infermieri ci facevano tutte le operazioni che normalmente si fanno la mattina: insieme ai tirocinanti, ci facevano il bagno, il clistere (operazione per cui sembrava di stare  a scuola, quando i professori devono decidere chi interrogare ed allora, chissà perché, gli studenti diventano piccoli, piccoli) ci lavavano e ci vestivano e ci pettinavano.

Così, finalmente pronti, andavamo in palestra.

Qui iniziavamo a esercitarci per tornare ad essere quelli di prima, naturalmente aiutati dai fisioterapisti.

Ogni tanto una squadra di infermieri ci prelevava senza preavviso, facendo quello che io chiamavo il “terrorismo”. A coloro che dormivano, ovviamente, la cosa non faceva né caldo né freddo, ma per me era un incubo se mi accadeva (figurarsi che mi fa effetto anche se io stessa prelevo una bestiola per farla curare, perché mi domando come fa a distinguere i buoni dai malintenzionati).

Insomma, mi dispiace molto e mi fa soffrire questo essere alla mercè di tutti, adesso ancora di più perché  l’ho provato sulla mia pelle.

Dicevo del momento in cui entravamo in palestra… Questo era il momento più attivo della giornata e mi ricordo che lo aspettavo con ansia; l’unica cosa sgradevole era che dalla finestra  della palestra si vedevano le cime di alcuni alberi (presumibilmente tuie) che si muovevano per il vento e perché nella mia malattia tutto si muove.

Fin qui niente di strano, se non fosse per il  fatto che si muovevano continuamente e che il loro movimento faceva muovere tutta la palestra. Dopo aver fatto ognuno la sua ginnastica, ci rimettevano a letto dove venivamo nutriti con un tubicino ed una miscela di roba nutritiva; il che ci toglieva la fame ma non la voglia di mangiare.

Più tardi infatti, incominciai a mangiare, cosa   che mi sembrò un enorme passo avanti. Mangiavo di tutto e con molto-troppo gusto fino a che gli infermieri non ci rimettevano a letto.  Dovevamo dormire o almeno riposare a letto; io, impaziente come sono, non facevo altro che chiedere l’ora perché aspettavo il momento di visita dei parenti. Bellissimo. Prima ci preparavano di tutto punto sulla carrozzina, come fanno al canile se deve essere scelto un cane per essere adottato. Quando dovevano aprire le porte si creava una suspense incredibile, tanto che io qualche volta non ho resistito ed ho strillato di aprire.

A questo punto entravano i parenti, e siccome i miei si alternavano, io giocavo ad indovinare chi sarebbe venuto quel giorno, potendo ormai fare una certa previsione.

Il momento più brutto se non si era tra quelli che uscivano, era mentre facevano i preparativi, perché anche se si cercava di far finta di niente non ci si riusciva.

Il momento di visita si tornava un po’ ad essere noi stessi, probabilmente perché si ristabilivano i normali rapporti sociali. Allora si scherzava, si rideva e si parlava di ciò che si sarebbe fatto nel futuro. Ma intanto stavamo lì ed il tempo passava…

Una volta rientrati e salutati i parenti o amici, venivamo risucchiati nella nostra realtà attuale: contenti per aver vissuto un attimo in allegria ma esausti perché non più abituati e per essere stati un’ora al centro  dell’attenzione, pensavamo solo ad andare a letto. E qui ci aspettava, invece, una brutta sorpresa: dovevamo aspettare del tempo seduti in carrozzina. Mi ricordo che c’erano dei momenti durante i quali in ospedale non succedeva assolutamente niente; un grande silenzio e noi ci guardavamo l’un l’altro perché ci avevano “parcheggiati” su due grandi file.

Dopo un po’ qualcuno chiedeva di essere messo a letto perché era troppo stanco, ci mettevano tutti sdraiati e così finiva la giornata.

Ridendo, o cercando di ridere, su questa cosa che mi è capitata ho sempre pensato che un folletto maligno si sia divertito a bloccarmi una parte con la paralisi, impedendomi di continuare a fare le mie attività. Ma, accortosi che la maggior parte delle cose si può imparare a farle anche con una sola mano, si è divertito a farmi anche tremare l’unica mano buona. Eh, cosi è proprio impossibile fare qualsiasi cosa!

Sensazioni fisiche

Rimasi sbalordita nel vedere come si può essere cattivi ed approfittarsene di una persona che già sta male: invece di darci dei cuscini normali, a me e agli altri pazienti, gli infermieri avevano dato un cestino, rendendo così molto difficile non solo alzarsi dal letto, ma anche alzare la testa, che pesava moltissimo.

Tutto questo era stato pensato da una persona che ovviamente fa teatro, da una mia amica; così, non riuscivamo ad alzarci, ottenendo cosi un effetto davvero buffo; per quanto ci provassimo e ci sforzassimo, le nostre teste ricadevano sempre giù.

 All’inizio “sognavo” che avevo una strana cuffia ed un paio di occhiali tagliati a metà. Ogni tanto mi sembrava di avere indosso anche un reggiseno, mentre invece non mi si fa portare niente, come i carcerati.

Mi avevano messo anche un gambaletto nero con i fiori tutti colorati, ma me lo avevano messo alla gamba sbagliata ed avevo anche un vaso di fiori intorno ad una coscia.

Quando mi  si  tocca il  braccio  o la gamba  sinistra mi sento come se  mi toccassero con un  asciugamani. Poi avevo tre mani con le rispettive  braccia ed una gamba oltre a  non sentirla mi sembrava un bastone di cui sentivo solo l’estremità.

Mi sentivo, all’inizio, una specie di cuffietta in testa ed, infatti, ”sognavo” di avere una cosa strana addosso, una cosa che mi avvolgeva tutta la testa e mi faceva sembrare più anziana; immaginai anche di avere un paio di occhiali tagliati a metà; soprattutto la cuffietta fu lo spunto per parecchie storie ed avventure.

Così, quando mi stufai di ”Laura la buona”, mi tolsi solo queste due cose.

Ci vedevo anche doppio.

Prima avevo (o almeno sentivo di avere) la lingua molto allargata, come fosse stata schiacciata con un pestacarne; allora, un mio amico la ripiegò in quattro parti e me la ricucì, in modo che ricominciassi a parlare.

Sempre per parlare di bocca, mi “sentivo” solo due denti centrali ed allora, oltre all’immagine di Provolino, pensavo che avrei dovuto distruggere tutto per poi ricostruire tutto.

Tuttora, quando mi si tocca il braccio o la gamba sinistra mi sento come se mi si toccasse con un asciugamani.  Perché ho la sensibilità molto ridotta per via della paresi che ho al lato sinistro.

Infine, ho una fastidiosa sensazione di prurito, quasi una scossa elettrica, che io chiamo “la zampa di gallina”, sopratutto sul naso ed intorno alla bocca; l’ho chiamata così questa sensazione perché deve essere una uguale sensazione se ti appoggiano addosso la zampa di un uccello e mi hanno raccontato .

Cosa si sente nel caso di una paralisi? Niente, non si sente assolutamente niente, tanto è vero che vedevo, ma no sentivo, pensavo fossero stati scelti troppo grandi: siccome non muovevo tutto il lato sinistro, la gamba e la mano mi si erano gonfiati tanto da raggiungere un’altra misura ed io pensavo fossero di qualcuno che stava accanto a me, forse sotto il letto, che voleva farmi credere che la mano fosse mia.

Infine, ho la scialorrea, una eccessiva salivazione che, oltre a rendere subito evidente la mia malattia, mi crea un sacco di problemi. Per fare un esempio stupidissimo, non mi posso avvicinare a nessuno senza avere il timore di bagnarlo. Insomma, mi sento spesso come un piccolo Minotauro. Sembra un problema da niente, ma è molto condizionante.

A casa

Quando sono tornata a casa, dopo aver fatto 7 mesi in ospedale, credevo che il “tessuto sociale” si sarebbe normalmente richiuso intorno a me, determinando i soliti rapporti sociali. E invece  no, perché io sono cambiata non solo fisicamente, ma soprattutto è cambiata la mia immagine mentale: adesso ho tutti rapporti di dipendenza dagli altri.

Inoltre avevo i legami familiari da riprendere. Ho fatto una scelta: se fossi rimasta in ospedale forse sarei guarita prima, ma temevo di diventare una perfetta estranea per mie figlie. E, poi, ovviamente tralascio tutte le implicazioni psicologiche che però sono cosi importanti per la guarigione…

Fare la vita di tutti i giorni con una persona che ora è disabile non è facile, anzi è molto difficile. Mi sono dovuta creare un’altra immagine di me stessa, anche fisica.

 Ora sono consapevole di quel che mi è successo, di quali sono realmente le persone che mi aiutano e come mi vedono.

Ho cominciato a diventare cosciente di quello che sognavo la notte ed ho visto che sognavo sempre di essere bambina o per lo meno di vivere nella casa dove abitavo prima perché stavo ancora bene.

 A  casa ho cominciato a fare esercizio dopo un po’ di tempo; questa dicono sia stata causa del mio ritardo nella guarigione. Comunque, anche a casa ho lavorato per tornare la Laura di sempre. Mi sono ritrovata sola e in prigione anche a casa mia, cosa che non credevo possibile: sola perché. per quanto ci si sforzi, non si riesce mai a capire l’esperienza di un’altra persona se non si è vissuta in prima persona ed in prigione perché non potevo uscire senza qualcuno che mi riesce a sollevare e quindi ad aiutarmi. Ciò vuol dire che devo sempre uscire con qualcuno, pensare se il posto va bene per la persona se è di qualche interesse o se per lo meno non è troppo stridente con la persona.

Cose che non ho scritto

Sono ovviamente tante le cose che non ho scritto perché non volevo coinvolgere nessuno. E infatti, ad esempio, ho evitato di scrivere i nomi delle persone, che in un primo momento avevo messo e ricordo bene. Comunque…

È incredibile! Ancora non ho scritto di uno dei miei primi “sogni”, se non il primo in assoluto.

Dunque, ero in un luogo sotto piazza Vittorio ed ero “tenuta” da un dissidente palestinese che spazzava con molta cura per terra (bisogna sapere che per me piazza Vittorio era ed è un luogo particolare perché c’è una scuola che a me piace tanto dove mandavo le mie bambine piccole e che mi ricorda un periodo felice; inoltre, conoscevo bene tutta la zona, alcune persone che vi abitano ed è molto frequentata da stranieri).

Insomma, io ero prigioniera, ma questo non mi angosciava, mi annoiava semmai. Io seppi come si fa nei sogni, che non cerano più volontari suicidi perché i giovani si erano fatti esplodere tutti nella guerra tra palestinesi ed israeliani.

Mi ritrovai in una specie di sala d’aspetto di un aereoporto molto squallida perché era stata abbandonata. Per partire dovevo fare una trasfusione di sangue, e così mi dettero del sangue molto vecchio, conservato da molto tempo. E di chi era? Ma di Saddam Hussein, naturalmente.

Ero considerata una che ride sempre ed in effetti riconosco che quella situazione così paradossalmente brutta mi faceva ridere; in particolare alcune. Ogni volta che vedevo un determinato ragazzo mi faceva ridere ed infatti legati a lui ci sono diversi episodi che mi raccontavo quando in ospedale era ora di dormire ed io non avevo sonno. Allora mi tenevo allegra con queste storielline. Una di queste racconta di quando finalmente mangiavo e lo facevo con la terapista e questo ragazzo che però ogni tanto si addormentava, si faceva una pennica, come gli diceva la terapista. Io mi domandavo come si  facesse a dormire davanti ad un piatto di pasta o di carne; in un altro episodio c’erano tutti gli infermieri intorno al suo letto perchè stava parlando con la dottoressa la quale gli chiedeva dove secondo lui si trovasse visto che lei indossava un camice bianco; la cosa che mi fece ridere fu che riteneva di stare in un campo militare e che la dottoressa era il generale. Io ne ho pensate di cose buffe, ma niente lasciava supporre di trovarci in un campo militare.

Tutti dicevamo cose strane, ma lui era quello che stava meglio e non sembrava nemmeno malato, perciò faceva ancora più effetto quando, completamente disinteressato a quello che stava intorno, apostrofava gli infermieri con un “aoh” e chiedeva di essere messo a letto durante l’ora delle visite.

Un altro episodio che mi ha sempre divertita molto é quello in cui il dietologo dei Cavalieri di Malta visitandomi trova un ciondolo del diametro di almeno 7 cm che ho appeso in vita per tutt’altro motivo e invece mi dice che anche lui usa spesso quell’attrezzo sessuale per invogliare la moglie.

Quello che mi ha sempre fatta ridere molto è immaginare questo uomo nudo che balla una specie di danza del ventre mostrando il ciondolo erotico alla moglie. Purtroppo io non potevo parlare ed ora parlo, ma vengo spesso fraintesa.

Di bocconi amari ne ho dovuti ingoiare tanti. Anche non parlare mi ha sempre “aiutata” in questo. Così non ho potuto rispondere in alcuni di questi casi ed ho evitato di litigare.

Un altro episodio buffo è stato quando io pensavo sempre di sognare e quindi pensavo che bastasse chiudere gli occhi per “voltare pagina”. Così un giorno mentre salutavo due fisioterapiste nel fine-settimana sperai di saltare la domenica, che per me era il giorno più triste e desolato, solo chiudendo gli occhi. Ma quando li riaprii vidi con mia grande meraviglia che le fisioterapiste non erano scomparse, come mi sarebbe accaduto trovandomi in un’altra situazione, anche un po’ sbalordite per la mia reazione.

Come ho già detto altrove, quando era primo pomeriggio, gli infermieri ci vestivano e ci preparavano con molta cura, poi ci mettevano su due file, cosicché sembravamo pronti per la partenza, per uscire. Le nostre “vetture” erano, in questo caso, le carrozzine; stavo considerando questo quando un infermiere mi mise avanti a tutti, in “pole position” disse,  paragonando quella nefasta situazione ad una corsa automobilistica, ad un Gran Premio di Formula 1.

Un’altra storiellina che mi raccontavo mi fu raccontata a sua volta dagli infermieri. Tutto nacque dal fatto che non volevo farmi toccare  per farmi cambiare e che con questa scusa avrei attirato l’attenzione di tutti  ed ottenere infine una coperta. Allora l’infermiera mi disse per convincermi che, secondo le nuove disposizioni della dottoressa, noi pazienti dovevamo  fare un giro in carrozzina a mezzanotte. Per un attimo quasi ci cascai, ma poi, vista l’assurdità cosa, lo tenni solo come un pensiero divertente.

L’ultima storia che racconterò parte proprio dalla scena finale, quella in cui dico, con un rivolo di sangue che mi scendeva lungo la guancia, “tua sorella è proprio brava ad imboccare, meno male che è cosi brava come dici, altrimenti chissà cosa combinava, ti sgozzava forse”.

Conclusioni

C’é una conclusione ?

Se si, fatemela vedere perché io non la vedo.

Non cè niente che valga la pena di imparare in questo modo. Voglio dire che sì, ho appreso alcune importanti cose sulla vita, ma l’apprendimento non è stato gradevole.

Comunque… Questa brutta esperienza mi è servita a capire la gente; ma soprattutto sono entrata ed uscita dalla mia dimensione  ed ho potuto vedere le cose più in grande.

   Dicono anche che può essere stato che ho sfruttato troppo il mio corpo ed ho esagerato poi con l’allattamento delle bambine.

Sembra che ho dovuto vivere tutte queste brutte avventure solo per capire più a fondo il proverbio “Chi troppo vuole, nulla stringe”.

Mah…..