Introduzione

La scelta di affrontare il tema del lutto infantile è stata presa sulla base di un interesse rivolto verso gli eventi e i fattori di rischio che, nel corso della vita, potrebbero influire sullo sviluppo psicologico e su eventuali successive manifestazioni psicopatologiche in età adulta.

Ascoltando e ricostruendo le storie di vita di molte persone non è poi così raro venire a conoscenza di una precoce esperienza di perdita della figura di attaccamento e delle conseguenze che un evento di tale genere può aver determinato nel corso del tempo.

Inoltre, è piuttosto singolare che non ci siano molte pubblicazioni su questo tema in confronto, per esempio, al trauma dell’abuso infantile,  purtroppo così attuale, anche a causa degli ultimi avvenimenti di cronaca.

Secondo Melhem, Moritz et al. (2007), osservando un campione rappresentativo di giovani in una città urbana degli Stati Uniti, almeno il 51.9% ha vissuto l’esperienza della morte improvvisa ed inaspettata di un parente stretto o di un amico entro i 21 anni di età; dunque, si può ritenere il più comune evento di vita serio negativo (Breslau, 2004). Per Yamamoto et al. (1996) la morte di un genitore è riportata come uno degli eventi di vita più stressanti che un bambino possa vivere.

Solo di recente alcuni autori stanno valutando le caratteristiche tipiche del “Childhood traumatic grief” (CTG) al fine di differenziarlo dal Disturbo post-traumatico da stress o dal disturbo depressivo ed al fine di  valutare l’efficacia di specifici trattamenti psicoterapeutici, in particolare di protocolli di terapia cognitivo-comportamentale modificata, introducendo specifiche sessioni per il CTG. (CBT-CTG, Cohen, Mannarino, 2006).

Secondo M. L. Martin, Dipartimento dello Sviluppo e Socializzazione dell’Università di Padova (2002):

“Vi è ancora la tendenza a pensare che la morte sia un vero e proprio tabù, come lo era stato un tempo la sessualità. Sembra che la paura della morte porti l’adulto a comportarsi in modo da eliminare ogni fonte d’angoscia, evitando ogni discorso diretto ed utilizzando invece simboli, allusioni, metafore: si usano per esempio E’ come se l’uomo volesse mantenere una certa distanza dalla morte, sia dal punto di vista concreto che psicologico allo scopo di non venire “contaminato” dalla sua vicinanza o dalle riflessioni su di essa”.

La morte c’è, ne parliamo, ma solo se ci sta ad una certa distanza “effettiva” e “affettiva”.

Secondo il National Child Traumatic Stress Network (NCTSN) ed autori come Brown e Goodman (2005) è opportuno operare delle distinzioni tra alcuni concetti generalmente utilizzati nel linguaggio comune, a volte anche in modo intercambiabile.

Il dolore (Grief) descrive l’intenso distress emotivo (ma anche le reazioni fisiologiche, cognitive e comportamentali) che proviamo dopo la morte di una persona significativa.

Il lutto (Bereavement) si riferisce alla condizione del vivere la perdita di una persona amata, a causa della sua morte.                                                                                                                                                                                                      

Il cordoglio (Mourning) si riferisce prevalentemente all’espressione del lutto da parte della famiglia ed ai rituali sociali e culturali associati al lutto.

A.F. Lieberman, N.C. Compton, P. Van Hort, C. Ghosh Ippen (2003), sostengono che: “La morte di un genitore rappresenti comunque ciò che J. Bowlby ha definito “il trauma della perdita”, se avviene nei primi 5 anni di vita del bambino, prima cioè che questi abbia stabilito un senso del Sé autonomo relativamente indipendente dalla protezione del genitore. Noi sosteniamo che il dolore prematuro sia traumatico in sé, perché il bambino non possiede né i meccanismi emotivi, né quelli di coping per mantenere la regolazione neuropsicologica per sostenere un senso di sé organizzato e coerente nell’affrontare il dolore”.

Per l’apprendimento della morte come perdita definitiva si presuppone l’acquisizione della parola, e della simbolizzazione, a cui seguono un po’ alla volta la distinzione tra animato e inanimato, le nozioni di tempo e di durata, le conseguenti dislocazioni temporali di presente, passato e futuro e i rapporti di causalità.

Secondo S. Anthony (1971) prima dei tre anni il concetto della morte è piuttosto indefinito e solo dai 7 anni si giunge ad un concetto sufficientemente elaborato ed abbastanza corretto.

Per M. Nagy (1951) l’irreversibilità della morte è compresa solo verso i 9 anni.

Una ricerca condotta da G. Christ, esperta di lutto infantile ed autrice del libro: “Healing Children’s Grief: surviving a parent’s death from cancer”, Oxford University Press (2000), ha suddiviso un campione di 157 bambini in 5 gruppi di età, basati su simili livelli di sviluppo cognitivo, emotivo e sociale, al fine di osservare e classificare le loro reazioni manifestate al lutto.

Il protocollo terapeutico della CBT- CTG ossia della terapia cognitivo-comportamentale applicata al Childhood Traumatic Grief (CTG, Lutto infantile traumatico), derivata da una modificazione della terapia cognitivo-comportamentale focalizzata al trauma (Trauma-focused cognitive-behavioral therapy, TF-CBT), è stato utilizzato inizialmente per trattare i genitori ed i bambini che avevano vissuto il trauma di un disastro aereo, accaduto a Pittsburgh nel 1994 (Stubenbort et al., 2001).

Successivamente agli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001 in USA, venne fondato il National Child Traumatic Stress Network per opera della SAMHSA (Substance Abuse and

Mental Health Services Administration), del DHHS (Department of Health and Human Services), del CMHS (Center for Mental Health Services) il cui obiettivo, come si legge nella dichiarazione costitutiva, è quello di: “Innalzare lo standard di cura e migliorare l’accesso ai servizi per i bambini traumatizzati, per le loro famiglie e per la comunità in tutti gli Stati Uniti”.

Tra le tipologie di trauma prevalentemente considerate:

·          Abuso infantile e maltrattamenti

·          Violenza domestica

·          Violenza della comunità e vittimizzazione criminale

·          Traumi relativi a interventi medici

·          Perdite e lutti traumatici

·          Incidenti/Incendi

Il range di possibili fenomeni traumatici presi in considerazione da questa organizzazione è molto vario e, per certi versi, rispecchia alcune peculiarità del territorio e dell’ambiente degli Stati Uniti. Il loro intervento potrebbe essere attuato con tutte le persone che hanno subito le conseguenze sia di eventi naturali/ umani catastrofici, come: terremoti, alluvioni, uragani, tornado, eruzioni vulcaniche, grandi incidenti nei trasporti, incidenti industriali, disastri tecnologici sia di catastrofi originate dall’azione umana, come: le guerre, i genocidi, i conflitti terroristici.

Secondo J. Cohen, A. Mannarino, V.R. Staron (2006) il Childhood Traumatic Grief (CTG) è un costrutto emergente che sta interessando diversi studiosi, anche se al momento attuale non è inserito nelle categorie diagnostiche del DSM-IV.

L’interesse verso questo argomento ha permesso di identificare una condizione clinica che potrebbe essere descritta come una combinazione tra un lutto non risolto ed i sintomi del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), che determina un significativo danneggiamento in importanti aree di funzionamento (Cohen e Mannarino, 2004); non solo procurare un danno rispetto allo sviluppo del bambino ma anche alle sue relazioni, ai suoi successi e alla successiva efficacia nella vita se non trattato o in qualche modo risolto.

In particolare, si ritiene che il CTG possa ledere l’abilità del bambino a negoziare il corso tipico del processo del lutto.

Secondo gli autori, gli interventi psicoterapeutici focalizzati solamente al trauma potrebbero risolvere con successo i sintomi del PTSD ma non sono adeguati nel colpire i sintomi del lutto non risolto, caratteristici del CTG.

I bambini con CTG potrebbero sperimentare sintomi depressivi e potrebbero soddisfare i criteri per il PTSD, ma i bambini potrebbero avere sintomi addizionali di lutto non risolto, che vanno oltre i criteri diagnostici per il PTSD.

Va precisato che non esistono molti studi che analizzano le conseguenze a lungo termine di un trauma infantile precoce e che dimostrano una correlazione specifica con lo sviluppo successivo di specifici disturbi psicopatologici; per lo più le ricerche condotte finora si basato su un limitato numero di casi clinici e propendono per ipotesi etiologiche non ancora dimostrate scientificamente.

A questo proposito, Kaplow, Saxe, Putnam, Pynoos e Lieberman (2006) presentarono, al diciannovesimo Congresso annuale della società internazionale per gli studi sullo Stress Traumatico, un caso di una ragazza , che all’età di 19 mesi fu testimone dell’uccisione della madre da parte del padre e che sembrò non manifestare nessun ricordo della disgrazia fino all’età di 11 anni, quando cominciò a mostrare gravi sintomi di PTSD, in risposta a segnali di natura traumatica.

Gli autori hanno osservato, in modo particolare, il ruolo della precoce memoria infantile e del trauma, dell’apprendimento e della valutazione del pericolo, del PTSD e del lutto traumatico nella prima infanzia. Nel caso presentato, sembrerebbe che sia rilevante l’impatto di memorie traumatiche “preverbali” sul successivo funzionamento della ragazza e per questo, secondo gli autori sarebbe necessario un precoce intervento immediatamente dopo gli eventi traumatici.

Negli ultimi dieci anni sembra, comunque, che il Complicated Grief sia considerato in modo ben diverso dall’ansia e dalla depressione mentre il dibattito è ancora aperto sulla possibilità che si tratti di una entità separata o collegata al PTSD.