Quando un’esperienza spacca la coscienza, si possono manifestare rappresentazioni e voci dissociate che promuovono visioni alternative della realtà e degli accadimenti.
È questo “L’Estranea”, film scritto da Salvatore De Chirico e diretto da Paolo Strippoli, che merita una lettura psicologica, la pretende, proprio perché mette in evidenza sul grande schermo una strategia psicologica per l’elaborazione di un vissuto emotivo non solo traumatico ma irrisolto.
Anna è una madre borghese romana. Ha costruito tutto sull’immagine perfetta: casa ordinata, figlia piccola bellissima, provini, pubblicità della Barilla come traguardo per coronare uno stato di famiglia benestante. La figlia è destinata a fare l’attrice, secondo aspettativa e rinuncia materna.
Siamo infatti davanti ad un film che parla dei legami, delle aspettative genitoriali e degli alti standard di riferimento che spesso condannano lo sviluppo della personalità: se non diventi quello che desideriamo per te, allora non sei poi del tutto amabile.
Un giorno il trauma irrompe: il cane di famiglia azzanna la bambina e rischia di farle perdere una gamba, creando una frattura nella vita di questa famiglia apparentemente perfetta.
Un evento che segna definitivamente un prima ideale e di successo, e un dopo di rovina e dramma.
Ecco allora che vediamo Anna, da questo momento in poi, sviluppare una strategia per affrontare l’imprevedibile carattere traumatico degli eventi: l’Estranea.
Eccola materializzarsi come parte dissociata, come voce fuori campo che origina dal proprio mondo intrapsichico.
L’ estranea fuma e promette una soluzione per la gamba della piccola.
Ricatta e chiede promesse. Da qui un gioco delirante che diventa quasi realistico nella sua narrazione.
A causa dell’impossibilità di elaborare un evento soverchiante, in linea con quanto proposto da Onno van der Hart, Ellert R.S. Nijenhuis e Kathy Steele nella teoria della “Dissociazione Strutturale della Personalità”, la mente “spezza” infatti le funzioni psichiche in compartimenti separati per proteggere l’individuo dal dolore emotivo.
Anna si frammenta e l’Estranea è la parte sarcastica che prova ad avere controllo sugli eventi e sulla vita dei figli: malattia, morte, amore, identità.
Quel controllo che Anna sente di aver perso o probabilmente, di non avere mai davvero avuto.
Il film diventa un perfetto esempio di dialogo fra parti dissociate, discorsi fra parti di Sè: una parte disperata e arresa ed una seconda parte che invece lotta in modo bizzarro, caparbio, irriverente.
L’attività dissociata, il distacco si manifestano per tenere a bada un evento traumatico che irrompe nella vita e spazza via un equilibrio e/o riporta a galla i mostri del passato.
Questa lettura spiega come le parti dissociate spesso generano da esperienze dolorose che la nostra coscienza non riesce ad elaborare in modo resiliente e adattivo.
Ecco allora che lasciando la sala, una domanda, in sintesi, ci accompagna: chi è davvero l’Estranea?
La risposta, forse, è tutta qui:
una fantasmatica creatura che cerca di gestire trauma e dolore.