“Mi è successo qualcosa di molto brutto” dice Agnes in “Sorry, Baby!” film scritto, diretto e interpretato da Eva Victor, eletta come miglior regista esordiente del National Board of Review del 2025.
Agnes è una giovane docente universitaria ironica, capace e brillante che vive in una casa di campagna in mezzo al nulla, dove riceve la visita di Lydie, la sua più cara amica ed ex coinquilina dei tempi dell’Università che, dopo essersi trasferita e sposata a New York, torna a trovarla per annunciarle di essere incinta.
Per Lydie, infatti, la vita dopo gli studi è andata avanti, ma per Agnes si è in congelata a un evento traumatico vissuto in quel periodo che riemerge durante una cena con i vecchi compagni dell’università.
Il ricordo è quello di un abuso sessuale il cui colpevole è il suo professore di tesi con cui Agnes aveva instaurato un rapporto speciale di stima e fiducia, poi tragicamente tradita.
Da qui la storia fa una lunga deviazione nel passato della protagonista, riuscendo in un atto di grande maestria cinematografica ed umana, a raccontare, pur senza mostrare nulla della violenza, le tragiche conseguenze della stessa: dalla difficoltà della protagonista nel venire a patti con il trauma vissuto, al rifiuto di denunciare l’accaduto per poi invece farlo e scontrarsi con la totale mancanza di protezione sia del sistema giudiziario che universitario che trova l’apice nell’assegnazione della stessa carica universitaria del docente che aveva accusato per violenza sessuale, ormai andato via senza alcuna ritorsione.
Ma tutto questo Eva Victor lo sa bene. Durante la pandemia, infatti, l’attrice e regista del film si è trovata isolata nella sua casa del Maine e ha iniziato a scrivere questo progetto cinematografico proprio in seguito ai vissuti riemersi per un’aggressione sessuale realmente subita.
Così, la regista sceglie volontariamente di lasciare la scena dell’abuso fuori dallo schermo (vedremo soltanto un fermo immagine sulla facciata della casa del professore per l’intera durata della violenza sessuale) proprio affinché l’evento traumatico fuori campo per l’intero film possa rendere bene l’idea dell’indicibile che aleggia, come una sinistra e confusa presenza, nella quotidianità di chi ne è vittima condizionandola e interferendone con grande potenza.
Ma all’interno di tutto questo, per i più attenti e sensibili, il film lancia un messaggio di grande speranza e utilità e lo fa attraverso il personaggio di Lydie, una presenza insostituibile nella vita di Agnes. L’amica è infatti l’unica a sapere dell’abuso dal giorno stesso in cui è accaduto e determinante per aiutarla a prendere consapevolezza, subito dopo il trauma esperito, per capire cosa le è successo e accogliere tutte le sue emozioni.
Spesso, infatti, si pensa all’impatto dell’evento traumatico in sé e poco a quello che ha il modo in cui qualcuno a cui lo si confida o a cui si chiede aiuto (trauma disclosure), risponde.
Nelle stanze di terapia, se si lavora con pazienti affetti da disturbo da stress post-traumatico complesso (cPTSD) è purtroppo facile registrare, in seguito alla condivisione dell’accaduto, quella che viene chiamata invalidazione traumatica, che consiste nella negazione, minimizzazione o svalutazione del dolore emotivo e dell’esperienza stessa della persona che ha subito un trauma e che lo condivide. Questo può portare la vittima, generalmente, a poter dubitare della propria percezione (“non starò esagerando?“) e a facilitare l’attribuzione di responsabilità (“forse è solo colpa mia” “avrei potuto evitarlo”).
Si tratta quindi di un’ulteriore ferita relazionale che spesso aggrava le conseguenze psicopatologiche del trauma originale, tanto che l’approccio attualmente riconosciuto come evidence-based per la cura del cPTSD (la DBT-PTSD di Martin Bohus) lo inserisce all’interno del protocollo di trattamento.
Per tale motivo, il film incarna nel personaggio di Lydia l’importanza della validazione: l’amica rimane presente, partecipa compassionevolmente alla sofferenza di Agnes, mentre l’aiuta a lavarsi dopo l’abuso, ascoltando le sue parole anche se dure e confuse, non si spaventa, non si ammutolisce. L’abbraccia e accoglie quel dolore, le rimanda la gravità di quanto ha appena vissuto e si mostra aperta e supportiva nelle scelte che vorrà intraprendere.
Ecco allora delle buone prassi da seguire se, nella vita reale, ci dovessimo trovare nel ruolo di Lydia:
- Offrire supporto e validazione (“questo è molto doloroso” “grazie per avermene parlato” “sono molto dispiaciuto/a per quello che ti è accaduto”)
- Confortare, silenziosamente: qualche volta, le persone hanno solo bisogno della presenza di qualcuno e del supporto di una persona amica e/o familiare, non di soluzioni immediate.
- Attivare, successivamente e solo se la persona lo consente, una rete di risorse (“saresti interessato/a a parlare di questo con qualcuno?” “conosco qualcuno/un posto che potrebbe aiutarti. Saresti interessato/a ad andarci? Ci andiamo insieme, ti accompagno io, può essere difficile all’inizio” “prenditi il tempo per pensarci, ma sappi che se decidi di farlo hai il mio supporto”)
Da evitare, invece, le seguenti reazioni:
- Cercare di prendere in mano la situazione e agire impulsivamente (“adesso chiamo subito la polizia” “adesso vado subito da chi ti ha fatto questo!”)
- Colpevolizzare (“ma come hai potuto metterti in questa situazione?” “perché non sei stato/a attento/a?” “potevi capirlo prima!”)
- Minimizzare (“ma sei sicuro/a di quello che è successo?” “forse stai esagerando” “magari non è andata esattamente così…” “magari non erano le sue reali intenzioni…”)
- Portare la persona che ha subito l’abuso a prendersi cura della tua reazione (“questa notizia mi fa impazzire!” “non posso crederci, adesso non so cosa fare!”)
A testimonianza di quanto questo sia importante e quanto la validazione possa fare la differenza e rappresentare un imprescindibile presupposto per l’accettazione radicale della sofferenza, a distanza di anni, il film ci lascia con Agnes, sul porticato, con la figlia di Lydia in braccio, a cui rivolge queste parole:
“Quando sarai grande, potrai dirmi qualsiasi cosa. Ad esempio, se hai un pensiero e dici “che brutto pensiero”, probabilmente l’ho avuto anch’io, ma dieci volte peggio. Quindi puoi dirmelo, non mi spaventerò mai.
Se qualcuno ti fa del male, se qualcuno dice qualcosa di spaventoso, puoi dirmelo. Se vuoi suicidarti, con una matita o un coltello o qualsiasi altra cosa, puoi dirmelo. Non ti dirò mai che mi fai paura. Dirò solo: “Sì, lo so. A volte succede”. Mi dispiace che ti succedano cose brutte. Spero di no. Se non potrò mai impedire che qualcosa di brutto ti accada, fammelo sapere. Ma a volte le cose brutte succedono e basta.
Ecco perché in un certo senso mi dispiace per te. Perché sei viva e non lo sai ancora. Ma posso comunque ascoltarti e non avere paura. Quindi è una cosa positiva, o almeno è qualcosa. Mi dispiace, bambina!”